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inpartibusinfidelium
ERESIE CONGETTURE DUBBI MEMORIE dalla parte degli infedeli

"IN PARTIBUS INFIDELIUM"

dedicato a Leonardo Sciascia

"a futura memoria, se la memoria ha un futuro"

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8 febbraio 2010
POLITICA
Enzo & Tonino: che feeling! (fummo buon profeti...)
A Repubblica Napoli


Caro Direttore,
 
modestamente fui buon profeta quando nella mia precedente lettera (Repubblica Napoli del 4 febbraio vedi post in pari data) adombravo che l'avversità dipietrista alla candidatura di Enzo De Luca alla Presidenza della Regione Campania fosse dettata da motivazioni squisitamente di potere e di consenso (altro che Mani pulite!): i baci e gli abbracci, durante il Congresso dell'IDV, tra Enzo e Tonino lo dimostrano senza esitazione.
Intanto un deluso De Magistris, mentre i delegati congressuali tributavano a Enzo una standing ovation,  mordeva il freno in un angolo: forse non ha capito come funziona la politica, almeno in Campania.
 
Cordialità.
8 febbraio 2010
politica estera
Daniel Pipes: Caro presidente Obama, è il momento di attaccare
Caro presidente Obama, è il momento di attaccare

di Daniel Pipes
Liberal
5 febbraio 2010

Abitualmente non offro consigli a un presidente alla cui elezione ero contrario, che persegue degli obiettivi che temo e delle linee politiche che non condivido. Ma qui ho un'idea affinché Barack Obama salvi la sua traballante amministrazione, facendo un passo a tutela degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Se la personalità, l'identità e la celebrità di Obama incantarono nel 2008 la maggioranza dell'elettorato americano, nel 2009 queste stesse qualità si sono dimostrate inadeguate per governare. Obama non è riuscito a mantenere l'impegno per quanto riguarda il problema dell'occupazione e la riforma sanitaria, ha fallito nei tentativi di politica estera tanto piccoli (per esempio assicurarsi le Olimpiadi del 2016) quanto di vasta portata (rapporti con Cina e Giappone). L'operato del controterrorismo a malapena supera il test della risata. Questa esigua performance ha provocato un crollo senza precedenti nei sondaggi e la sconfitta in tre importanti elezioni suppletive, culminando due settimane fa in una sorprendente sconfitta senatoriale in Massachusetts. I tentativi di Obama di "resettare" la sua presidenza probabilmente falliranno se egli si concentrerà sull'economia, dove lui è solo uno degli innumerevoli attori. Obama ha bisogno di un gesto plateale per cambiare l'immagine che l'opinione pubblica ha di lui come campione dei pesi leggeri, raffazzonando ideologi, preferibilmente in un'arena dove la posta è molto alta e dove lui può battere le aspettative. Una simile opportunità esiste: Obama può dare ordini all'esercito di distruggere la capacità di produzione delle armi nucleari di Teheran. Le circostanze sono propizie. Innanzitutto le agenzie di intelligence Usa hanno ribaltato i contenuti dell'assurdo National Intelligence Estimate (NIE) del 2007, quel rapporto che asseriva con «un ampio margine di probabilità» che Teheran aveva «sospeso il suo programma di armamento nucleare». Nessuno (a parte i governanti iraniani e i loro agenti) nega che il regime si sia buttato a capofitto nella costruzione di un ampio arsenale nucleare. In secondo luogo, se i leader di Teheran dalla mentalità apocalittica avessero la Bomba, essi renderebbero il Medio Oriente ancor più instabile e pericoloso. Potrebbero utilizzare le loro armi nella regione, portando a eccidi e distruzione. E alla fine, potrebbero lanciare un attacco a impulsi elettromagnetici contro gli Stati Uniti, devastando completamente il Paese. Eliminando la minaccia iraniana, Obama protegge la patria e invia un messaggio agli amici e ai nemici degli americani.

L'impianto nucleare di Qum in una foto scattata il 26 settembre 2009 da 423 miglia nello spazio e fornita da GeoEye.

In terzo luogo, i sondaggi d'opinione mostrano un sostegno americano di lunga data per un attacco nucleare iraniano. Secondo il Los Angeles Times/Bloomberg del gennaio 2006, il 57 per cento degli americani è a favore di un intervento militare qualora Teheran perseguisse un programma in grado di permetterle la costruzione di armi nucleari. Secondo Zogby International dell'ottobre 2007, il 52 per cento dei potenziali elettori appoggia un attacco militare Usa per impedire all'Iran di costruire delle armi nucleari; il 29 per cento si oppone a una simile misura. Nel maggio 2009 viene chiesto agli intervistati da McLaughlin & Associates se siano d'accordo con «l'impiego dell'esercito [Usa] per attaccare e distruggere gli impianti in Iran che sono necessari per produrre un'arma nucleare», il 58 per cento di 600 potenziali elettori si dice a favore dell'uso della forza e il 30 per cento si dichiara contrario. Da Fox News, nel settembre 2009, viene chiesto «Sei favorevole o contrario all'impiego da parte degli Stati Uniti di un'azione militare che impedisca all'Iran di avere delle armi nucleari?» Il 61 per cento dei 900 iscritti alle liste elettorali si dice favorevole all'azione militare e il 28 per cento si dichiara contrario. Il Pew Research Center chiede nell'ottobre 2009 se è più importante «impedire all'Iran lo sviluppo di armi nucleari, pur implicando ciò l'impiego di un'azione militare» oppure «evitare un conflitto militare con l'Iran, pur implicando ciò il possibile sviluppo di armi nucleari». Il 61 per cento degli intervistati si dichiara favorevole della prima opzione e il 24 per cento mostra una preferenza per la seconda.

Non solo una forte maggioranza – il 57, il 52, il 58, il 61 e ancora il 61 per cento – è già favorevole all'uso della forza, ma dopo un attacco gli americani si stringeranno presumibilmente intorno alla bandiera, facendo salire rapidamente queste percentuali. In quarto luogo, se l'attacco americano si limitasse a distruggere gli impianti nucleari iraniani e non ad ambire a un cambio di regime, ciò richiederebbe pochi "scarponi sul terreno" e implicherebbe delle perdite piuttosto esigue, rendendo un attacco politicamente più appetibile.

Proprio come l'11 settembre ha indotto gli elettori a dimenticare i primi mesi di distrazione della presidenza di George W. Bush, un attacco contro gli impianti iraniani manderebbe l'inefficiente primo anno del mandato di Obama giù nel dimenticatoio e trasformerebbe la scena politica interna. Inoltre, un attacco accantonerebbe la riforma sanitaria, indurrebbe i repubblicani a lavorare con i democratici, farebbe protestare i netroots, provocherebbe un ripensamento negli indipendenti e farebbe andare in brodo di giuggiole i conservatori. Ma l'opportunità di fare benissimo è fugace. E dal momento che gli iraniani rafforzano le loro difese e parlano di armamenti, la finestra dell'opportunità è chiusa. Il momento di agire è adesso oppure il mondo diventerà presto un luogo molto più pericoloso.


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5 febbraio 2010
spettacoli
Congresso IDV e il mal di panza di Tonino

Una cosa è sicura: a Tonino, con questa storia di spie, spioni e sbirri poi condannati per mafia, il 1° Congresso Nazionale dell'IDV glielo hanno proprio intossicato.

Tutto giusto, sacrosanto e meritato: che paghi qualche contrappasso, lo Sciacallo.


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5 febbraio 2010
politica estera
Il Cav in Israele di Fiamma Nirenstein
 

Andiamo avanti

 
Cari amici,

poche righe da Israele dove mi trovo con la delegazione del presidente Berlusconi. Resterò qui anche per unirmi alla delegazione di parlamentari dell'Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele, che giungeranno domani, giovedì, fino a lunedì notte. Un viaggio breve, ma molto intenso, pieno di incontri e visite, sia istituzionali che sul campo (Gush Etzion, Betlemme, il confine con Libano e Siria, Gerusalemme; e poi gli incontri con Sharansky, con membri della Knesset e ministri e al Comune di Gerusalemme...).

Queste poche righe sono solo per dire che in questi giorni ho la bella sensazione che il lavoro di accumulare un chicco di sabbia sopra l’altro, un cucchiaino d’acqua del mare insieme all’altro, alla fine sia un lavoro con un significato. In questi giorni, quali che siano le opinioni politiche sul freezing o quelle sul Golan, la mia sensazione è che esista un mondo che ha di Israele una visione realistica, non vista attraverso la lente deformante dell’odio arabo e palestinese che ne fa una grottesca caricatura di uno stato razzista, indegno di vivere, ma un meraviglioso simbolo dell’irrinunciabile amore della cultura ebraica per la democrazia e di resistenza di fronte al costante pericolo di vita.

Berlusconi lunedì ha visitato Yad Vashem con concentrazione e passione intense, incitando la guida (molto brava) a continuare con le sue spiegazioni, fermandosi davanti a ogni fotografia. La cena con Bibi Netanyahu non ha trattato di banalità diplomatiche, ma sempre e soprattutto di Iran, di terrorismo, di collaborazione economica, di cose vere. Così è stato nel suo discorso alla Knesset.

Veniamo da giorni di lavoro duro, io e Sharon insieme ad altre persone di buona volontà, come Veronica e vari colleghi del Parlamento che verranno con noi in viaggio, fra loro l’Onorevole Pianetta, che è il presidente dell’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele. Solo nelle ultime due settimane abbiamo tenuto due iniziative pubbliche, una sul rapporto Goldstone sulla guerra tra Israele e Hamas dell'anno scorso e una sull’informazione nel mondo palestinese, con la proiezione di scioccanti filmati provenienti dalle TV palestinesi.
Il 26 gennaio, a Strasburgo, al Consiglio d’Europa ho condotto una dura battaglia, sostenuta dai miei compagni del gruppo PPE, per ottenere una migliore mozione sul Medio Oriente. Questa è veramente incredibile e vi raccomando la lettura del resoconto (in questo post precedente: http://fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=11&Id=2312).

Nel Giorno della Memoria, alla Camera abbiamo tenuto la prima sessione della Commissione d’Indagine Conoscitiva sull’Antisemitismo, con un'audizione del Ministro Frattini, meditata e seria. Ho scritto, come sempre, tanti articoli. E ancora molto troverete se scavate un po' nel blog, molto nelle coscienze che percorrono questo cammino con noi.

Da giovedì, cammineremo con una ventina di parlamentari fra israeliani e palestinesi, cercando di fare quello che è riuscito bene, come si vede durante questa visita, a Berlusconi: vedere una realtà, amarla, aiutare. Mandate i vostri commenti, andiamo avanti.

"Silvio, amico sincero": un bene raro per Israele

Il Giornale, 1 febbraio 2010

I media di Gerusalemme esaltano il ruolo di Berlusconi in un Paese a rischio di genocidio, tra Hamas, Hezbollah e l’incubo dell’atomica

Un amico... haver tov, un buon amico. Già dalla giornata precedente all’arrivo di Silvio Berlusconi in Israele tutti i media cartacei, radiofonici, televisivi erano pieni di questa espressione. Per Israele gli amici sinceri sono importanti quanto rari, specialmente quando arrivano dall’Europa. Israele è abituata a vedere il mondo gestire con le pinze la sua situazione, sa che avere un rapporto caldo e gentile come quello di Berlusconi con lo Stato ebraico e con Bibi Netanyahu è una scelta costosa, che il mondo islamico guarda e aggrotta le sopracciglia. Israele è spesso calunniata e rimproverata mentre la premono mille minacce esistenziali, e il fatto che qualcuno capisca quanto è duro difendere l’unica democrazia del Medio Oriente le dona un attimo di respiro, una autentica consolazione.

Il panorama che Berlusconi vedrà sarà quello di una società piena di voglia di vivere, di un’economia che si basa sull’innovazione tecnologica. Netanyahu, che ci tiene molto a dare un suo segno fortemente liberale, ha creato l’ambiente perché l’indice delle cento compagnie israeliane più forti nello stock Exchange di Tel Aviv siano cresciute dell’88,8% in un anno, riprendendosi velocemente dalla crisi del 2008. Lo standard medio della vita è simile a quello italiano. Sembra incredibile che sia una società minacciata di genocidio, affaticata dalle spese militari, in cui la leva militare è di tre anni, e in cui il pericolo è pane quotidiano. L’Iran è oggi il centro dell’attenzione strategica, un pericolo chiaro e presente: Israele lo vede appollaiato sui suoi confini, sempre più aggressivo. Al nord Hezbollah, parte importante del governo libanese, milizia sciita integralista armata dagli ayatollah lungo il confine israeliano, è pronto a scattare quando l’Iran lo ordini.

E a Gaza, a sud d’Israele, Hamas che ha giurato di distruggere Israele, è definita anche da Abu Mazen una pedina iraniana. La Siria, nella cui capitale risiedono le ambasciate più attive di svariati gruppi terroristi, è un attore così importante in tutta la vicenda che il ministro della difesa Ehud Barak è stato costretto a dire che se di nuovo dovesse scoppiare un conflitto con il Libano a causa di un’aggressione degli Hezbollah, probabilmente esso si allargherebbe alla Siria. Ha anche aggiunto che Israele spera che questo non succeda, ma questa è l’aria che tira dopo che il giornale del Qatar Al Watan ha rivelato una svolta strategica decisiva da parte di Damasco verso gli Hezbollah, che in questi giorni hanno dispiegato i missili terra-terra M600 di fabbricazione siriana, che raggiungono i 250 chilometri i distanza; insomma, Tel Aviv.

Israele certo spiegherà a Berlusconi che la sua preoccupazione è che l’Iran si serva dei suoi amici per dare fuoco al Medio Oriente. Questo naturalmente distruggerebbe qualsiasi opzione di pace con i palestinesi del West Bank: e Abu Mazen, forse sperando che il consesso internazionale faccia la maggior parte del lavoro, sta un passo indietro rispetto a trattative di pace (richieste invece da Netanyahu) cui pone precondizioni che Israele non accetta. I palestinesi vorrebbero un completo congelamento di tutte le costruzioni negli insediamenti: ma Netanyahu, che pure ha ordinato il maggiore «stop» dal 1967, non vuole andare troppo lontano senza contropartite almeno morali.

Sanguina il risultato ottenuto da Sharon con lo sgombero di Gaza, solo missili sulle città israeliane e il potere a Hamas. Abu Mazen a sua volta teme di essere abbandonato da un’opinione pubblica abituata giorno per giorno alla propaganda ufficiale di esaltazione degli «shahid» - i terroristi suicidi - diffusa anche da Fatah. Hamas gli contende da vicino il consenso sul versante della guerra a Israele.
Un altro tema che angoscia Israele e di cui è probabile che dati i suoi rapporti con la Turchia Berlusconi sentirà parlare, è il drammatico raffreddamento di rapporti con il governo turco guidato da Tayyp Erdogan, dato che per tanti anni il Paese di Kemal Ataturk è stato il miglior nesso fra mondo islamico e Israele e oggi ne provengono attacchi continui.

Insomma, farà caldo in Israele. Gli americani in questi giorni dispiegano navi al largo della costa iraniana e piazzano sistemi antimissile almeno in quattro Paesi arabi moderati: un segnale che Obama non crede più di poter contenere la follia di Ahmadinejad con la politica della mano tesa. Lo temono infatti anche i Paesi arabi moderati ed è per questo che gli Usa schierano i sistemi antimissile. La situazione che Berlusconi incontrerà in questi giorni è infuocata e sassosa più di sempre in Medio Oriente. E dunque Israele lo aspetta, perché quando sei in pericolo, è bello raccontarlo ad un amico.




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4 febbraio 2010
vita da impiegato
DiPietro Mata Hari: notizia vecchia ma succosa e gustosa, sebbene...
 
Al direttore - Nella Sua risposta all'arguto lettore Ciuffoletti (Di Pietro spia o non spia è un quaquaraquà), Lei dice cose giuste: chi sia Di Pietro lo sanno bene i lettori del Foglio (e, aggiungo, di Filippo Facci) e chiunque non sia pigro e sia curioso. Tuttavia sarebbe noioso e inutile occuparsi di un Di Pietro Mata Hari se l'Eroe si fosse ritirato, con la pensione di ex magistrato, a zappare la terra nella sua Montenero, invero ce lo ritroviamo a capo di un partito di circa 50 parlamentari (con ingenti rimborsi elettorali); di un partito che ha raccolto l'8% alle Europee, che celebra il suo primo congresso nazionale e che nelle prossime Elezioni Amministrative farà sicura incetta di voti, consiglieri e assessori, senza contare il piccolo ma pugnace e influente gruppo mediatico, il Fatto Quotidiano + Santoro, che fa da fortilizio e da cassa di risonanza alle gesta dell'Eroe. Dacciò  trovo opportuno che queste notizie (anche se vecchie) si diffondano e che Di Pietro paghi il giusto contrappasso, almeno questo.
 
Saluti.
4 febbraio 2010
politica interna
Oggi su Repubblica Napoli: Enzo De Luca for President (e perchè Di Pietro è stizzito)

Caro Direttore,

l'attuale Sindaco di Salerno, Enzo De Luca, è un ottimo candidato a governare la Regione Campania. Ciò lo dimostra l'eccellente performance amministrativa sin ora conseguita - basta chiedere ai salernitani - e il fatto che l'on. Antonio Di Pietro e i suoi accoliti dell'IDV campano lo avversino in modo del tutto strumentale: infatti che De Luca sia indagato non ha alcun rilievo, soprattutto alla luce dei fatti che gli vengono contestati, laddove il vero busillis è che Di Pietro, come ha sempre fatto, batte cassa anticipata per ottenere spazi di potere per future clientele.
D'altronde, con tutto il rispetto per la ventilata candidatura del Rettore dell'Ateneo federiciano, il Prof. Guido Trombetti, non si comprende quale esperienza amministrativa quest'ultimo abbia conseguito rispetto a De Luca: una ragione in più per giudicare il vero motivo dell'irritazione che serpeggia nei dipietristi e tanti altri.
 
Cordiali saluti.

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29 gennaio 2010
politica estera
Blair ascoltato da una Commissione che...

Trovo incredibile, e ancor più incredibile che i nostrani radicali ci azzuppino il pane, che Tony Blair sia sotto accusa per la guerra mossa a Saddam Hussein, tant'è che oggi è stato ascoltato a Londra dalla Commissione che indaga sul detto evento bellico.

Non capiscono i radicali che Saddam Hussein - come dimostrò durante la prima guerra del Golfo - all'esilio non ci pensava affatto: la personalità e la peculiare psicologia di un dittatore criminale e sanguinario, convinto come altri di avere una Missione Superiore, i radicali non la capiscono.

Peccato.

29 gennaio 2010
POLITICA
Bonino for President? Sì, grazie.

Al direttore del Foglio - Sulla Bonino non La seguo. Se abitassi in Lazio la voterei senz'altro. Non mi piace la Bonino sui temi bioetici o, quantomeno, avendo un passato  socialista/radicale (tipo doppia tessera), non approvo le sue immutabili e immutate granitiche certezze. Su altre "issues" invece c'è sintonia. America. Israele. Una buona dose di liberal liberismo. Una faccia simpatica su un corpo esile. La madre della Bonino non abortì e questo è buona cosa. Forse ha sbagliato con la famosa pompa e un giorno se ne pentirà chè le vie del Signore sono imperscrutabili. Bonino Governatrice è una rivoluzione, almeno di sincerità rispetto a quell'ipocrita di Marrazzo, cocainomane occulto rispetto ad un'orgogliosa spinellara, furtivo consumatore di sesso trans sotto ricatto, rispetto al sesso limpido praticato da Bonino. Insomma, a parte i fatti personali tra Lei e Bonino, vedrà: altro che schiaffo alla cristianità petrina, che sarà tutt'una riverenza e leggeri sbaciucchiamenti con l'Oltretevere, tutt'un Caro Papa e una Kara Bonino, giacchè anche la laicista, abortista ed eutanasica Emma, calata nel ruolo istituzionale, dovrà fare i conti co' er Cupolone. Forse ci saranno schermaglie, buffetti ma poca roba rispetto a quanto Bonino potrà dare a laziali e romani in termini di rigore e di fede liberale, senza contare l'amica Comunità Ebraica, blandita dalle ipocrisie rutellianweltronianmarrazzesi, che in Emma troverà un fermo presidio. Per quel che mi riguarda il vero neo di Bonino è raccattare voti con l'IDV dipietrista, un vero peccato.

Saluti.


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27 gennaio 2010
CULTURA
Remembrance Day 27 gennaio 2010: Le Leggi Razziali e gli Ebrei italiani
 

GIORNATA DELLA MEMORIA

 

27 GENNAIO 2010

 

“LE LEGGI RAZZIALI E GLI EBREI ITALIANI”

 

 

Nel celebrare senza retorica la Giornata della Memoria, istituita il 27 gennaio di ogni anno, nella ricorrenza simbolica della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau ad opera delle truppe dell’Armata Rossa, diviene opportuno e necessario volgere il nostro sguardo sull’impatto che ebbero le Leggi Razziali promulgate in Italia nel 1938.

Con esse infatti, inizia la persecuzione antisemita, foriera di ignobili conseguenze nei confronti degli ebrei italiani, inclusi quelli napoletani (sul punto segnalo il bel documentario “Dal cancello secondario, storie di ebrei a Napoli”, a cura di Gabriella Gribaudi, regia di Alessandra Forni e Fabio Esposito, Ed. Xila, 2003), dei quali ricorderemo un bambino, Sergio De Simone, narrandone in seguito la tragica sorte.

Le Leggi Razziali non furono emanate soltanto per compiacere l’alleato tedesco (il Duce non volle demeritare agli occhi del Fuhrer quanto a zelo antisemita), dopo le Leggi di Norimberga (1935), e in ogni caso, rilevare una diversità tra le leggi italiane e naziste, deducendo correttamente che in Italia non si creò un “clima” da Kristallnàcht, non deve indurre a nessuna indulgenza verso i teorizzatori del sedicente “razzismo spiritualista” (i firmatari del Manifesto della Razza) e i volenterosi legislatori. Infatti le conseguenze furono pesantissime, culminando nelle deportazioni ai campi di sterminio, cominciate il 16 ottobre ‘43 con la Judenoperation nel Ghetto ebraico di Roma, ad opera di SS, capeggiate dal comandante delle SS di Roma, Kappler e dallo specialista del RSHA (Alto Comando per la Sicurezza del Reich), l’SS Theo Dannecker, con la corrività di poliziotti italiani.

In realtà la deportazione e lo sterminio su scala industriale degli ebrei europei furono il criminale apogeo di un genocidio pianificato nel ’42 nella Conferenza del Wansee (presieduta dal Gruppenfuhrer SS Heydrich, luogotenente del Reichsfuhrer SS Himmler, che nel ‘36 incontrò il capo della Polizia italiana Bocchini, circa le misure da attuare contro gli ebrei italiani), che ebbe il proprio fulcro nelle leggi razziali. Queste si prefiggevano lo scopo di espellere dal consorzio civile i giudei, spogliandoli dei loro diritti e dei loro beni, costringendoli all’emigrazione e alla ghettizzazione per deportarli, schiavizzarli e annientarli: l’Europa andava resa Judenfrei (libera ossia ripulita di ogni presenza ebraica) compresa l’Italia.

Gli ebrei italiani dunque si misurarono con leggi che perseguivano la difesa di un’immaginaria “razza italica”, dai loro belluini complotti globali, propagandati nel falso libello dei Protocolli dei Savi di Sion: ma quali furono gli effetti nella vita quotidiana? Osserviamone alcuni entrando idealmente nella casa di una famiglia ebrea di Napoli…

C’è il capofamiglia che compila il Questionario inviato dal Ministero della Demografia e Razza per censire gli ebrei: è un italiano orgoglioso, che guarda la Medaglia ricevuta dal padre dopo la Grande Guerra ‘15-‘18, chino su quella burocratica scartoffia, ove dovrà vergare di appartenere alla razza ebraica. La radio presso la quale la famiglia la sera si riunisce, va consegnata al più vicino Commissariato sbirresco. Titina, la fedele domestica che i ragazzi chiamano zia, va licenziata in tronco: i giudei non possono avere servitù ariana. I ragazzi devono lasciare la scuola, oppure, come nel raro caso della scuola elementare Vanvitelli di Napoli, frequentarla in una classe di soli scolari ebrei, con gli alunni divisi e completamente isolati dagli altri. Intanto il laborioso capofamiglia perde l’impiego o si vede espropriato il negozio in cambio di un’insulsa indennità. Deve rinunciare alla docenza universitaria e non può esercitare una professione liberale. La dignitosa serenità economica costata sacrifici, è sostituita da una vita stentata, e i gioielli, ricordo di un Nissùin o di un Bar Mitzvàh, finiscono al Banco dei Pegni: i banchieri giudei demoplutomassoni impegnarono i più cari ricordi per sfamare i figli. E i fidanzati in procinto di sposarsi? Lui giudeo, lei ariana, non possono contrarre matrimonio: è proibito, così come prestare il servizio di leva. La lista delle ulteriori, odiose proibizioni sarebbe lunga, giacchè ai nostri legislatori non difettò la fantasia, sebbene le interpretazioni delle norme suscitarono non pochi dilemmi, costringendo il regime, - la tragedia sconfinò nella farsa! - ad emanare pletore di circolari affinché, riluttanti funzionari e miserabili Podestà, le applicassero senza esitazioni. Renzo De Felice osservò che con le leggi razziali il fascismo “divorziò dal popolo italiano, dalla sua mentalità e dalla sua storia”, poichè l’antisemitismo era estraneo agli italiani e il pregiudizio sui perfidi giudii, obliquamente diffuso dalla Chiesa Cattolica, aveva matrici piuttosto religiose che razziali. Tuttavia, se la maggioranza del popolo italiano non prese parte alle persecuzioni antiebraiche, – anzi: quanti ebrei furono salvati e protetti come nel caso del campo di raccolta di Campagna, vicino Buccino! – il suo peccato inescusabile fu di aver tollerato, nell’indifferenza conformista, la promulgazione di leggi ripugnanti.

Nessuno comprese che il “momento” normativo era soltanto il preludio della Soluzione Finale: nel giro di 6 anni, infatti, migliaia di ebrei finirono nei crematori di Auschwitz - Birkenau. E fu quel clima, provocato dalle sciagurate leggi, che instradò il tragico destino di un piccolo ebreo napoletano del Vomero: Sergio De Simone. Sergio e la madre Gisella Perlow, natìa di Fiume e sposata con Eduardo (sotto le armi dal ‘40), vissero a Via Morghen in solitudine e in un ambiente se non ostile, certamente indifferente ai loro penosi travagli, eccettuati i premurosi vicini, i Parlato, e un’amica di Gisella, Piera Nardi anch’essa di Fiume. Nel luglio del ’43 Gisella raggiunse la propria famiglia a Fiume: ma se fosse rimasta a Napoli, lo sbarco alleato e il successivo armistizio l’avrebbero vista al sicuro con Sergio. Infatti, proprio a Fiume, infestata di repubblichini e di SS, Sergio, Gisella, la sorella Mira, le nipotine Andra e Tatiana, furono rastrellati e tradotti ad Auschwitz, dove Sergio diventerà il n° A179614. Gisella, Mira, Andra e Tatiana miracolosamente sopravvissero, mentre Sergio, cavia del famigerato Doctor Mengele, sarà deportato in un Konzentrationlager vicino Amburgo, dove incontrerà due orchi: il medico Heissmeyer, che gli inoculerà la tubercolosi, e la SS Strippel che lo impiccò insieme con altri venti bambini, cremandone le spoglie il 20 aprile 1945: aveva 7 anni, Sergio.

Da Via Morghen a Fiume; dal kinderblock di Birkenau al camicie bianco di Mengele e, infine, tra le rovine del Reich, la scoperta degli orchi: questo, lo sfortunato tragitto di un bambino napoletano, vittima delle leggi razziali e della colpevole indifferenza che lo circondò.

Oggi Sergio avrebbe più di 70 anni e il suo nome, come quello degli altri bambini ammazzati dai nazisti e dai fascisti, non riecheggerebbe nella sala dello Yad Vashem di Gerusalemme, dove i nomi di tutti i bambini vengono ogni giorno ricordati uno per uno, un milione e mezzo.

Sergio avrebbe avuto figli e nipoti, invecchiando serenamente.

Lo ricordiamo commossi e addolorati perché non avemmo il coraggio di proteggerlo, di accoglierlo e di amarlo come uno di noi: di razza umana.
Sergio De Simone

 

 

Giuseppe Nitto

 

Piccolo Glossario:

Kristallnàcht: la cosiddetta Notte dei cristalli (1938) quando gli ebrei tedeschi furono vittima di pogrom da parte di SA e SS che oltre a picchiare ed  uccidere, sfasciarono le vetrine dei negozi ebraici.

Judenoperation: rastrellamento avente oggetto giudei.

Reichsfuhrer: capo supremo delle SS.

Judenfrei: territorio libero (ripulito) da giudei.

Nissùin: Matrimonio ebraico.

Bar Mitzvàh: letteralmente “Figlio del precetto”, cerimonia di iniziazione alla religione ebraica che i maschi compiono a 13 anni (le femmine a 12 anni).

Kinderblock: nei campi di concentramento, erano le baracche dove erano internati i bambini.

Konzentrationlager: campo di concentramento. 


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26 gennaio 2010
CULTURA
Remembrance Day 27 gennaio 2010
 
Gustaw Herling
Napoli Via Caracciolo



GIORNATA DELLA MEMORIA

27 gennaio 2010

 

 
 
“Ricordare, raccontare: Gustaw Herling e la Shoah”

 

 

“La dimenticanza sta alla radice dell’esilio come

la memoria sta alla radice della liberazione”

Rav Bàal Shet Tov

 

Il Parlamento italiano ha istituito la Giornata della Memoria il 27 gennaio, giacchè proprio quel giorno del 1945, Auschwitz, il più micidiale campo di sterminio nazista fu liberato e proprio ad Auschwitz in questi giorni migliaia di persone si raduneranno per non dimenticare ciò che è stato, e così avverrà in Italia nel corso di pregevoli iniziative. Tuttavia l’esercizio della memoria può essere insidiato dalla retorica e da una quantità non sempre pertinente di parole. Converrà evitarle, raccogliendo l’esortazione dello scrittore e Premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel: "senso della misura… prudenza" poiché Shoah: "è l'esilio della parola… è l'indicibile". Con questa cautela gettiamo lo sguardo su quanto accadeva prima che su quel cancello all'ingresso di Auschwitz, sul quale il Lagekommandant Hoss aveva apposto la scritta Arbaicht Match Frei (il lavoro rende liberi), restasse solo scritto frei: liberi.

Quando la nebbia della notte inghiottiva tutto e tutti.

In questo tragitto nella Memoria ci guiderà idealmente Gustaw Herling, il compianto scrittore ebreo-polacco scomparso nel 2000, che lungamente visse a Napoli, dove sposò la figlia di Don Benedetto Croce, Elena, e che la sorte scaraventò nel 1940 nel Gulag sovietico di Ercevo, in quanto ufficiale dell’esercito polacco stanziato in territori patri sotto tallone dell'Urss. Singolarissimo destino poichè, miracolosamente scampato all'eccidio di Katyn (dove gli sgherri di Stalin trucidarono migliaia di soldati polacchi), se si fosse trovato in quell’altro mondo a parte (quello del boia di Varsavia, il Reichsstatthalter Hans Frank), non sarebbe sfuggito alla Endlosung der Judenfrage (la Soluzione Finale della Questione Ebraica) pianificata dai nazisti. Testimone diretto del Gulag, narrato in "Un mondo a parte" (Feltrinelli, 1994), Herling ha incarnato in modo felice la vocazione dello "scrittore morale" (non sono un caso le affinità con scrittori come Ignazio Silone che Herling frequentò assiduamente). Tutta la sua opera è un incessante “Ricordare, raccontare” (titolo del libro con Piero Sinatti, l'Ancora, 1996) l’epos degli sfortunati. Annota il saggista Francesco De Core: “Herling il Male l’ha visto, l’ha conosciuto, l’ha combattuto e lo ha descritto per un’intera esistenza". Così è stato per la Shoah della quale colse istintivamente la plateale grandezza malefica, indugiandovi, seppure in modo frammentato, nella sua vasta opera, in particolare nel “Diario scritto di notte” (Feltrinelli, 1991). Herling rigetta la ricostruzione consolatoria dell’antisemitismo “razzismo mistico (…) veleno che avrebbe attecchito solo in Germania e in Polonia". Nel novembre del 1978, sulla silenziosa censura francese caduta su un film di Max Ophuls, annota: “senza nessuna particolare pressione da parte dei tedeschi (…) l’homme moyen francese, di sua spontanea volontà sguazzava con piacere nell’antisemitismo decretato dalla équìpe di Pétain: seguiva le tracce, fiutava e denunciava” le Jeuf, il giudeo. Herling non è certo indulgente con la sua Polonia (terra di atavico antisemitismo), né con l’Inghilterra (richiamando l'articolo di George Orwell Antisemitism in Britain del ’45) dove il veleno antigiudaico attecchì anche durante la guerra, sebbene "nascosto, mimetizzato e sordo a qualsiasi argomentazione”. In realtà, chiosa Herling, “il razzismo mistico durante la guerra si diffuse in tutta Europa”. Nemmeno è indulgente con gli Usa e, citando l'opera dello storico americano David Wyman (The abandonment of the Jews. America and Holocaust 1941-45), li accusa di aver fatto poco contro la Soluzione Finale: nel 1944  “ordini superiori” impedirono la distruzione delle linee ferroviarie percorse da convogli zeppi di ebrei ungheresi organizzati con metodicità e teutonica efficienza dall’Obersturmbannfuhrer SS Eichmann, dei krematorium e dei bunkers della morte (sulla vicenda contribuisce l’inquietante libro “Il terribile segreto” di Walter Laqueur, Giuntina, 1996). Conclude avvilito Herling: “i prigionieri invano innalzavano preghiere al Cielo (e al cielo!) perché gli Alleati, dopo aver colpito una fabbrica di benzina sintetica a Monowitz (Auschwitz 3), bombardassero il principale centro di morte sintetica”. Herling non arretra, se materiali del “ricordare, raccontare” sono verità scomode (appartengo alla razza orwell, amava dire di sé), ammonendo per il qui ed ora, giacchè l’esercizio della memoria è soprattutto culto della verità e senza di essa affermare “mai più” può risultare un auspicio privo di forza morale. Significativa è la storia misteriosa occorsa in un paese pugliese, San Nicandro (San Dragone, nel Diario di Herling), dove una cinquantina di paesani nel 1930 si convertì all’ebraismo e nel '38, varate le leggi razziali, scrisse a Roma: "volevamo dichiarare la nostra razza perché eravamo ebrei come gli altri e volevamo soffrire insieme a tutto il popolo ebreo. Ma da Roma ci risposero: no”. Storia esemplare di umana grandezza e di farsa cialtrona, sebbene l’italico antisemitismo, ipocritamente definito spiritualistico, quindi inoffensivo, abbia offerto un contributo determinante allo sterminio di una parte degli ebrei d’Italia, quando i pochi no, diventarono troppi sì. Giungiamo al cuore della riflessione herlinghiana innervata in continui frammenti nel Diario e rubricata lucidamente nella "Conversazione sul Male" (l’Ancora, 2000): la sua esperienza e la sofferta esegèsi dell'opera di Varlam Salamov (autore de “I racconti della Kolyma”, sconvolgente testimonianza del Gulag, antesignana di quella più celebre di Aleksandr Solgenitsin narrata in Arcipelago Gulag), gli consentono di stabilire un’empatia spirituale e carnale con "i sommersi e i salvati" ai Konzentrationlagers nazisti. Fratelli gemelli, poichè entrambi posti dinanzi agli stessi irriducibili dilemmi, immanenti a ciascuna giungla concentrazionaria (e sulle differenze tra le due giungle – nazista e sovietica - sono note le dolenti polemiche di Herling con Primo Levi, sebbene tra loro corresse stima e affetto reciproco). “Il lager - scrisse Salamov - era una grande prova per le forze morali dell’uomo, per la comune moralità umana e il novantanove per cento non resisteva… e solo i credenti, i religiozniky, avevano dignità e resistevano”. Il sopravvissuto Tadeus Borowski osservava: “la speranza è una schiavitù. L’uomo che spera agisce male più spesso dell’uomo senza speranza. Qui ad Auschwitz non ci è stato insegnato a rinnegare la speranza, e perciò moriamo nelle camere a gas”. Invece i religiozniky,  (come Padre Kolbe, morto ad Auschwitz, Diario 11 ottobre ‘82), avevano una speranza che “s’innalzava al di sopra del conto dei giorni e dei mesi e approdava ad una libertà dove i carnefici non avevano accesso”. Non sfugge ad Herling la mission del sistema totalitario/concentrazionario: forgiare un nuovo tipo di uomo, un sotto-uomo, che affamato, derubato, percosso, umiliato, terrorizzato e come una "rana d’inverno", gettato nel territorio dove regnano gli istinti più infimi e bradi, diveniva incline al furto, alla delazione, al tradimento, all’omicidio e al cinismo. Questi, per Herling, i frutti pestiferi dei totalitarismi, in particolare di quello nazista (di cui ne coglie l'unicum storico) che in nuce conteneva la vocazione antisemita, razzista e genocidiale. Purtuttavia egli comprende che il télos nazista non era lo sterminio (degli ebrei e non), ma costruire un Grande Reich governato da una razza superumana, orwellianamente imperante su una massa enorme di sotto-uomini, sradicata, deportata, schiavizzata, affamata, analfabeta, resa corrotta e, dunque, indotta al crimine verso il suo simile. Nuova forma di consorzio sub-umano che si manifestò nei Ghetti (e nei Lager), dove le SS, scrutando il padre che rubava al figlioletto una patata marcia e la figlia che denunciava la madre alla Judenpolizei  (la Polizia Ebraica costituita dalle SS nei Ghetti) per un tozzo di pane raffermo, potevano dire compiaciuti:  “questo non è un uomo”. Rendere l’Europa Judenfrei (ripulita da ebrei) con metodi di sterminio industriale, non era che l'ulteriore tassello del criminale progetto hitleriano che doveva culminare nel dominio totalitario del globo e che fu impedito anche grazie ad uomini come Herling, che liberato dai sovietici, nel 1942 si unì all’esercito polacco del Generale Anders schierandosi al fianco degli Alleati.

Alla luce del significativo contributo di Herling, e nonostante siano trascorsi oltre 60 anni, non ci abbandona un senso di sgomento e di mistero; e la domanda si ripropone: perché? Perché sterminare un milione e mezzo di bambini?

Accogliamo nuovamente la mitzvà (il precetto) di Elie Wiesel, consci della povertà della parola dinanzi al Churban, la catastrofe: "ci sono domande ma non risposte…". Custodiamo la trama della memoria, certi che il filo a volte fragile che ci lega a coloro che “si sono addormentati nel vento”, come scrive Titti Marrone (Meglio non sapere, Laterza, 2003), non si è reciso e resiste alle ostinate insidie dell’oblio. E la Memoria avrà un futuro se riusciremo a non essere “uomini e donne senza dolore, senza memoria, immersi nel torrente di una vita che scorre chissà da dove, chissà dove, chissà perché”.

Siamo al congedo, e mentre si spengono le ultime voci del requiem è ancora Herling a darci le parole che meglio possono farci sentire parte di questo scorrere: “troverai accanto alla dimora dei morti, a sinistra, una fonte. Accanto s’innalza un cipresso bianco. Non andare a quella fonte, non avvicinarti. Troverai un’altra fonte che sgorga dal lago della Memoria, vi zampilla l’acqua fredda. Davanti ci sono i guardiani. Rivolgiti a loro con queste parole: sono figlia della Terra e del Cielo stellato, discendo dal Cielo; e voi lo sapete; mi brucia e mi uccide la sete; datemi l’acqua fredda che sgorga dal lago della Memoria. E ti permetteranno di bere alla fonte divina”.

Gustaw Herling nel suo studio

22 gennaio 2010
politica estera
Israele aiuta Haiti
 

Haiti: se il Paese della guerra salva le vite

 

Il Giornale, 21 gennaio 2010

Una parte della stampa internazionale accusa Israele di ignorare i diritti umani. Eppure ad Haiti è in prima fila soprattutto nella cura dei feriti e nella ricerca dei dispersi. Chi viene da una terra dove la morte è sempre in agguato, rispetta il valore dell’esistenza.

Chi vede che cosa sta facendo Israele ad Haiti, resta a bocca aperta: non c’è mezzo di comunicazione di massa, non c’è rappresentanza diplomatica che non abbia lodato il lavoro di quei volontari che non dormono e salvano vite a catena, e che lo fanno al massimo della competenza scientifica e umana. Ma non illudiamoci: non ci vorrà molto perché Cnn, Sky News, Cbs e tutte le tv internazionali, accusino di nuovo Israele di essere un Paese crudele, violatore di diritti umani, oppressore, assassino di bambini. Loro lo sanno, ma seguitano a lavorare fra le rovine e nell’ospedale da campo.

«Loro» sono i duecentoventi medici e paramedici israeliani, fra cui molti soldati, che sono arrivati per primi sull’isola distrutta, hanno cominciato a scavare e non hanno ancora smesso, hanno messo su un ospedale da campo che non sgarra di un millimetro dai migliori standard internazionali; a questo ospedale si rivolgono tutti i Paesi che cercano con buona volontà, ma in grande confusione (prima di tutto gli Stati Uniti), di portare aiuto ai terremotati. «Solo gli israeliani sono riusciti a portare velocemente un’assistenza avanzata», ha detto alla Cnn la dottoressa Jennifer Furin della Harvard Medical School.

Fra gli israeliani ci sono cinquanta ragazzi specializzati nell’estrarre sopravvissuti dalle rovine: ancora ieri hanno salvato due fratellini, e hanno strappato dalla morte più orrida decine di feriti e moribondi. Gli israeliani curano 500 persone al giorno, si sono portati da casa le migliori macchine salvavita, possono affrontare operazioni d ifficili, hanno fatto partorire con successo sei puerpere salvando tutti i neonati, persino due prematuri. La tv ha detto che l’ospedale degli israeliani è la Rolls Royce dei soccorsi umanitari a Haiti, ma in realtà è il dono amoroso di un popolo di soli sette milioni di abitanti, certo non ricco e sempre in pericolo; che, come ha detto la Cnn, in genere pessima su Israele, «è arrivato qui dall’altra parte dell’oceano». Perché lo fa? Perché sa che la vita umana non ha prezzo, come invece sembrano pensare in tanti fra quelli che hanno risparmiato, per esempio i Paesi petroliferi.

Qualcuno ironicamente ha scritto che si tratta di «un impegno sproporzionato», come era stata definita «sproporzionata» la guerra contro Hamas per difendere la vita dei cittadini israeliani colpiti dai tredicimila missili. Ma sproporzionati questi impegni non sono né l’uno né l’altro, bensì collegati l’uno all’altro. Solo chi sa che cosa significa dover difendere la vita gi orno dopo giorno sa che cosa vale ed è in grado di farlo come si deve. E guardando un po’ più lontano, solo un popolo che per un lungo periodo, durante la Shoah, ha visto i suoi membri privati del loro nome, della famiglia, della loro umanità, sa che ogni vecchia donna di Haiti, ogni giovane colto nel pieno della sua gioia di vivere, ogni neonato in pericolo, somigliano a quegli esseri umani allora investiti dall’orrore.

Ma al di là delle ragioni morali, come fa Israele a essere così preparato scientificamente, ordinato e instancabile? L’ha spiegato Bill Clinton, inviato ad Haiti per l’Onu: «La tanta esperienza sul campo di battaglia gli ha insegnato a costruire magnifici ospedali da campo, e gli sono grato per questo».

Anche il terrorismo è stato maestro di velocità, scientificità, precisione. Durante l’Intifada il dottor David Applebaum, un medico dell’ospedale di Gerusalemme «Hadassa», venne ucciso da un terrorista suicida al caffè Hillel ins ieme a sua figlia Nava che avrebbe dovuto sposarsi il giorno dopo. Con loro finirono a pezzi tanti altri avventori. Il lutto per il dottor Applebaum fu particolarmente amaro: aveva infatti inventato un metodo nuovo per curare a catena i feriti trasportati a dozzine al pronto soccorso sulle ambulanze ogni volta, e capitava tutti i giorni, che un terrorista attaccava i civili israeliani. Il metodo Applebaum è stato copiato in tutto il mondo perché sa affrontare mirabilmente la confusione compiendo un’immediata classificazione della gravità delle ferite e quindi non perdendo un secondo nel salvare la vita e le parti del corpo in pericolo e nell’aiutare psicologicamente i traumatizzati.

È da studi sul campo come quello di Applebaum che Israele ha imparato ad amministrare sul campo i sentimenti di pietà. Ma non basta. Purtroppo la parabola di Applebaum dice che il prezzo per imparare quest’arte è ed è stato per Israele terribilmente elevato. Sproporzionato. Il




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22 gennaio 2010
politica interna
Gli Eroi del Fatto Qui
 
Caro Direttore,
 
la lista degli eroi del Fatto mi imbarazza giacchè, eccetto Berlinguer, se tra i miei eroi ci sono Falcone, Borsellino, Pertini e Ambrosoli, c'è anche Bettino Craxi.
 
Tanto per Sua opportuna conoscenza.
 
Cordialità.



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22 gennaio 2010
CULTURA
Il Papa nel Tempio Maggiore di Roma
 

Un discorso pieno d’affetto, ma il Papa non ha mai citato Israele

 

Un discorso pieno d’affetto, ma il Papa non ha mai citato Israele

Il Giornale, 18 gennaio 2010

Ine ma tov u ma naim shevet ahim beyahad. Com’è bello e com’è dolce sedersi insieme da fratelli. Il salmo lo dice, e ieri non è stata retorica: quando lo hanno ripetuto sia Rav Di Segni che Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, l’ha cantato il coro, si è avuto il senso di come sia possibile cambiare, svoltare, forgiare la storia con la volontà. Quante ferite nel rapporto fra cristiani e ebrei, e quale ammirevole gesto di amicizia. Il pubblico fitto degli ebrei romani ieri ha riempito la sinagoga, ha coperto di affetto e di rispetto Papa Ratzinger, e Papa Ratzinger ha a sua volta dardeggiato simpatia, per quello che si può capire dal sorriso timido e tutto preso nel suo ragionamento, con molteplici sguardi e segni personali affettuosi agli ex deportati e a Rita Levi Montalcini, oltre che alla sinagoga calda, cerimoniale, ecumenica con gli alti cappelli, gli abiti, i tallit roteanti, i canti tenorili e ben intonati, che solo a Roma sono così italiani.

L’antisemitismo e la Shoah sono stati protagonisti del discorso del Papa, il puntiglio della memoria che ha ripercorso la tragedia ebraica risponde chiaramente alle polemiche sui vescovi lefebvriani (come dire «non ho un briciolo di simpatia per le loro tesi»), la lode per chi cercò di salvare gli ebrei ha messo un punto personale sulla polemica su Pio XII: take the best, forget the rest, prendiamo ciò che c’è stato di buono e dimentichiamo le mancanze, dedichiamoci insieme alla memoria dei giusti. Del resto il bel discorso del presidente Riccardo Pacifici della comunità romana gliene aveva dato l’offa, da una parte condannando i colpevoli silenzi e dall’altra ricordando le suore che hanno salvato suo padre Emanuele bambino nascondendolo. Il Papa ha detto in sostanza: «Non dimentichiamo i giusti, e noi ricorderemo sempre con intenzione e determinazione la Shoah, e così sconfiggeremo l’antisemitismo».

La storia ebraico cristiana, difficile, tragica, non è volata via, ma ha lavorato, elaborato, con le sue falle, ma in avanti. Ebrei e cattolici ieri hanno messo qualche mattone a un patto di amicizia «in progress» inaugurato nel ’63 da Giovanni XXIII: in nome dei dieci comandamenti, dell’unicità del Creatore, dell’amore per la vita... buone ragioni ne sono state date a bizzeffe. Vedere curare una ferita plurimillenaria è come restituire la vita a un animale preistorico. È entusiasmante. Giustamente i discorsi dei protagonisti ebrei, entusiasti e benedicenti, erano però cauti, un po’ sospettosi. Qualcosa dentro punge, ricorda gli ebrei romani rotolati nella pece e nelle piume, tenuti prigionieri nel ghetto, ricorda le deportazioni su cui ci fu il silenzio della Chiesa. Ha detto orgoglioso Rav Di Segni: «Eravamo chiusi, limitati nei movimenti. Con l’epoca della libertà è venuta quella della pari dignità e del rispetto reciproco. Qui è la base del dialogo».

Il discorso del Papa è stato addirittura audace nell’affettuosità, nello scorgere identità e analogie; forse più esposto, ma incerto e perplesso su alcuni punti fondamentali, come l’evangelizzazione e Israele. Punti difficili da delimitare teologicamente, così che poi non si è capito bene cosa volesse dire che gli ebrei per formazione, per origine, sono già predisposti alla vera religione, che naturalmente per un Papa non può essere che la sua. E soprattutto, benché variamente lodato per la grande svolta del riconoscimento di Israele che la Chiesa intraprese con Giovanni Paolo II, e per il suo viaggio, il Papa ne ha riportato la memoria nominando ben quattro volte la «Terra Santa». Non ce l’ha fatta, non ha voluto proferire il nome che gli ebrei amano più, cui appartengono tutti: Israele. È strano: avevamo ipotizzato che ormai la Chiesa, riconoscendo, come ha fatto, Israele, avesse rinunciato a negare questo nome agli ebrei, facendosi il verus Israel. Siamo certi che il Papa non pensa che perché la Chiesa abbia un senso Israele non debba portare il suo nome.

Di Segni ha individuato in una comune battaglia per salvare la Terra dalla rovina ecologica un bel programma futuro. È un’idea gentile e non controversa; tuttavia abbiamo la sensazione che l’impellenza più netta dell’alleanza ebraico-cristiana sia la difesa della democrazia e dei diritti umani, da grosse, pericolose forze che le attaccano, prima fra tutte l’integralismo islamico che odia sia cristiani che ebrei. Cristiani e ebrei, dice giusto il Papa, sono sullo stesso fronte nella battaglia per la vita e per la pace. La parola pace, shalom, è stata ripetuta da tutti. Ma quando sentiremo parlare i capi religiosi di che cosa fare, qui, nel mondo, sul campo, perché la pace non venga scardinata da forze malefiche al lavoro? O il male è stato bandito a nostra insaputa?



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19 gennaio 2010
sessualità
Riabilitare Craxi? Uno sfregio alla storia - De Magistris dixit
L'on. Luigi De Magistris, detto anche Gigineddu Flop, è scandalizzato per la riabilitazione (sic!) di Craxi e ha detto che è uno sfregio alla storia.

Ora, che un tal uomo affermi ciò fa letteralmente scompisciare dal ridere, giacchè se c'è uno sfregio all'intelligenza - la storia per tal uomo sarà il nulla, dato che è nulla - è che un tal individuo sia potuto diventare addirittura un europarlamentare.

La verità è una e inappellabile: tal uomo non vale un pelo di Craxi.

Pietro del Gizio

PS le reazioni del gruppo dipietrista alle commemorazioni craxiane, sono un sollucchero, un babà, una coppa del nonno mangiata in spiaggia, una prelibatezza, insomma una rivincita orgasmica: eppure l'avevo avvertito a Tonino, appena dopo la morte di Craxi: la vedi la foto della bara di Bettino, la vedi quella bambina che piange appoggiata? E' la nipote di Bettino e noi la consoleremo, tant'è che oggi, al Senato, la nipote, Benedetta, ormai una donna, ha ascoltato la commemorazione del nonno e letto la lettera di Napolitano. E' stata consolata. E tu Tonino, Gigineddu e sodali state incazzati neri: ben vi sta!

19 gennaio 2010
diari di viaggio
19 luglio 2050: il Presidente della Repubblica scrive...

Spero di vivere abbastanza per leggere, tra qualche lustro, la lettera che il Presidente della Repubblica invierà alla Famiglia Di Pietro nel decennale della morte di costui.

 
 
 

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19 gennaio 2010
sentimenti
La lettera del Presidente Napolitano ad Anna Craxi

Cara Signora Craxi,

ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente.

Non dimentico il rapporto che fin dagli anni ’70 ebbi con lui per il ruolo che allora svolgevo nella vita politica e parlamentare. Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni anche sul piano istituzionale. E non dimentico quel che Bettino Craxi, giunto alla guida del Partito Socialista Italiano, rappresentò come protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea.

Ma non è su ciò che oggi posso e intendo tornare.

Per la funzione che esercito al vertice dello Stato, mi pongo, cara Signora, dal solo punto di vista dell’interesse delle istituzioni repubblicane, che suggerisce di cogliere anche l’occasione di una ricorrenza carica – oltre che di dolorose memorie personali – di diversi e controversi significati storici, per favorire una più serena e condivisa considerazione del difficile cammino della democrazia italiana nel primo cinquantennio repubblicano.

E’ stato parte di quel cammino l’esplodere della crisi del sistema dei partiti che aveva retto fino ai primi anni ’90 lo svolgimento della dialettica politica e di governo nel quadro della Costituzione. E ne è stato parte il susseguirsi, in un drammatico biennio, di indagini giudiziarie e di processi, che condussero, tra l’altro, all’incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale dell’on. Bettino Craxi, già Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987. Fino all’epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia, dell’ex Presidente del Consiglio, dopo che egli decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti. Si è trattato – credo di dover dire – di aspetti tragici della storia politica e istituzionale della nostra Repubblica, che impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana.

Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità dell’on. Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico, e di uomo di governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia sul terreno delle relazioni internazionali. Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere.

Considero perciò positivo il fatto che da diversi anni attraverso importanti dibattiti, convegni di studio e pubblicazioni, si siano affrontate, tracciando il bilancio dell’opera di Craxi, non solo le tematiche di carattere più strettamente politico, relative alle strategie della sinistra, alle dinamiche dei rapporti tra i partiti maggiori e alle prospettive di governo, ma anche le tematiche relative agli indirizzi dell’attività di Craxi Presidente del Consiglio. Di tale attività mi limito a considerare solo un aspetto, per mettere in evidenza come sia da acquisire al patrimonio della collocazione e funzione internazionale dell’Italia la conduzione della politica estera ed europea del governo Craxi : perché ne venne un apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa.

Le scelte di governo compiute negli anni 1983-87 videro un rinnovato, deciso ancoraggio dell’Italia al campo occidentale e atlantico, anche di fronte alle sfide del blocco sovietico sul terreno della corsa agli armamenti ; e videro nello stesso tempo un atteggiamento “più assertivo” del ruolo dell’Italia nel rapporto di alleanza – mai messo peraltro in discussione – con gli Stati Uniti. In tale quadro si ebbe in particolare un autonomo dispiegamento della politica estera italiana nel Mediterraneo, con un coerente, equilibrato impegno per la pace in Medio Oriente. Il governo Craxi e il personale intervento del Presidente del Consiglio si caratterizzarono inoltre per scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d’integrazione europea, come apparve evidente nel semestre di presidenza italiana (1985) del Consiglio Europeo.

Né si può dimenticare l’intesa, condivisa da un arco assai ampio di forze politiche, sul nuovo Concordato : la cui importanza è stata pienamente confermata dalla successiva evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa.

Numerosi risultano in sostanza gli elementi di condivisione e di continuità che da allora sono rimasti all’attivo di politiche essenziali per il profilo e il ruolo dell’Italia.

In un bilancio non acritico ma sereno di quei quattro anni di guida del governo, deve naturalmente trovar posto il discorso sulle riforme istituzionali che aveva rappresentato, già prima dell’assunzione della Presidenza del Consiglio, l’elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell’on. Craxi. Nel quadriennio della sua esperienza governativa, quel discorso tuttavia non si tradusse in risultati effettivi di avvio di una revisione della Costituzione repubblicana. La consapevolezza della necessità di una revisione apparve condivisa attraverso i lavori di una impegnativa Commissione bicamerale di studio (presieduta dall’on. Bozzi) : ma alle conclusioni, peraltro discordi, di quella Commissione nel gennaio 1985 non seguì alcuna iniziativa concreta, di sufficiente respiro, in sede parlamentare. Si preparò piuttosto il terreno per provvedimenti che avrebbero visto la luce più tardi, come la legge ordinatrice della Presidenza del Consiglio e, su un diverso piano, significative misure di riforma dei regolamenti parlamentari.

Tra i problemi che nell’Italia repubblicana si sono trascinati irrisolti, c’è certamente quello del finanziamento della politica. Si era tentato di darvi soluzione con una legge approvata nel 1974, a più di venticinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione. Ma quella legge mostrò ben presto i suoi limiti, in particolare per la debolezza dei controlli che essa aveva introdotto. Attorno al sistema dei partiti, che aveva svolto un ruolo fondamentale nella costruzione di un nuovo tessuto democratico nell’Italia liberatasi dal fascismo, avevano finito per diffondersi “degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità”, che con quelle parole, senza infingimenti, trovarono la loro più esplicita descrizione nel discorso pronunciato il 3 luglio 1992 proprio dall’on. Craxi alla Camera, nel corso del dibattito sulla fiducia al governo Amato.

Ma era ormai in pieno sviluppo la vasta indagine già da mesi avviata dalla Procura di Milano e da altre. E dall’insieme dei partiti e dei loro leader non era venuto tempestivamente un comune pieno riconoscimento delle storture da correggere, né una conseguente svolta rinnovatrice sul piano delle norme, delle regole e del costume. In quel vuoto politico trovò, sempre di più, spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia.

L’on. Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona.

Né si può peraltro dimenticare che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo – nell’esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’on. Craxi – ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il “diritto ad un processo equo” per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea.

Alle regole del giusto processo, l’Italia si adeguò, sul piano costituzionale, con la riforma dell’art. 11 nel 1999. E quei principi rappresentano oggi un riferimento vincolante per la legislazione nazionale e per l’amministrazione della giustizia in Italia.

Si deve invece parlare di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Quel tema non poteva risolversi solo per effetto del cambiamento (determinatosi nel 1993-94) delle leggi elettorali e del sistema politico, e oggi, in un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla logica della democrazia dell’alternanza, si è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze a cui ci richiama la riflessione sulle vicende sfociate in un tragico esito per l’on. Bettino Craxi.

E’ questo, cara Signora, il contributo che ho ritenuto di dover dare al ricordo della figura e dell’opera di suo marito, per l’impronta non cancellabile che ha lasciato, in un complesso intreccio di luci e ombre, nella vita del nostro Stato democratico.

Con i più sinceri e cordiali saluti

Giorgio Napolitano
18 gennaio 2010




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19 gennaio 2010
POLITICA
Bettino Craxi 1934 - 2000 - 2010
 
Il diritto di commemorare Bettino Craxi
 
Una storia politica non può essere giudicata in forza di sentenze. Anche se passate in giudicato e quindi inappellabili. Dinanzi alla Giustizia Benedetto Craxi detto Bettino, nato a Milano il 24 febbraio 1934 e morto ad Hammamet il 19 gennaio 2000 a 66 anni, è un condannato, un pregiudicato, sottrattosi, finchè in vita, alla espiazione delle pene comminategli durante la sua latitanza.
 
Detto ciò, tuttavia dinanzi al Tribunale della storia, Craxi è altro, contiene altro e la sua storia politica - iniziata a 16 anni e durata fino alla sua morte - non è stata un'affastellarsi di reati e chi afferma questo sostiene impudentemente una menzogna.
La storia politica di Craxi la conoscono tutti e tutti possono conoscerla. E' fatta di luci e di ombre e può essere discutibile quanto si vuole, ma è incancellabile, scolpita nei fatti e consegnata alla storia e al giudizio degli uomini e degli storici: sine ira ac studio, se possibile.
 
Nella storia di un uomo politico imbattersi in vicende giudiziarie non è un eccezione, ma una regola giacchè l'esercizio del potere contiene in nuce la possibilità di sconfinare o violare la legge o di sospettarne lo sconfino e la violazione, e qualche nemico politico, qualche Pm zelante, qualche gruppo mediatico, sarà sempre pronto ad approfittarne e potranno allearsi, senza necessariamente tramare orditi come carbonari, per un comune interesse, - cioè per liquidarlo politicamente usando l'arma giudiziaria - qualificandosi come vivide sentinelle del potere, dei suoi eccessi e dei suoi arbitri.
 
Gli amici e i compagni di Bettino Craxi, siano essi rimastigli fedeli sin dal 1992, siano essi quelli tardivi o ricreduti o pentiti, rivendicano l'assoluto diritto non solo di affermare che Craxi fu un politico di grandi capacità e uno statista che ha lavorato per l'interesse del paese: essi rivendicano altresì il diritto di opinare le sentenze di condanna che hanno raggiunto Craxi, poichè discutibili - anche tecnicamente - e non tabù o dogmi, verso le inchinarsi. E' legittimo poter esercitare un diritto di critica, formulare un'obiezione, esprimere un dubbio, senza che ciò significi attentare alla Magistratura, che esercita le proprie funzioni in nome dei cittadini.
 
Se poi quelle sentenze vengono utilizzate, dai nemici vecchi e nuovi di Craxi, per gettare sull'intera storia politica di Craxi il sospetto retroattivo che essa fu, invero, una mascheratura per perseguire inconfessati fini personali e di clan, con evidente danno collettivo, allora esse sentenze finiscono per assumere  un rilievo esondante, extragiudiziario, cioè assorbente di un giudizio, legittimo, politico, su di una vicenda in cui il dato giudiziario - emerso soltanto sul finire del 1992 e per reati, si badi bene!, commessi tra il 1990 e il 1991 - diviene prevalente e totalitario, fagogitando e asservendo ogni scelta politica compiuta da Craxi, da rubricarsi quale fase prepataroria di un reato in itinere. Dove quindi la corruzione e la concussione, la ricettazione e la violazione delle norme sul finanziamento dei partiti, diventano la vera e unica traccia  di un percorso politico, letto dalla fine a ritroso, come una reiterazione occulta di reati, scoperti poi da scaltri investigatori, che non hanno guardato in faccia a nessuno poichè facevano il proprio dovere e applicavano soltanto la legge (sic!).
 
La storia politica di Bettino Craxi e di chiunque abbia raggiunto quelle cariche e quel potere, non può essere decrittata e dettata dagli accertamenti contenuti nelle sentenze di condanna, scritte da funzionari dello stato, pagati dallo stato, che dopo - capitalizzando la propria popolarità - sono diventati politici, hanno fondato partiti, sono diventati ministri e parlamentari, sempre pagati dallo stato. Se i nostri alunni e studenti - dalle elementari fino alle università - devono studiare sui repertori della giurisprudenza penale, invece che sui saggi di storia e di politica, lo si dica.

Se per conoscere la storia, invece di addentrarsi nei musei patri, devono frequentare le aule di giustizia lo si dica e allora che il Ministero dell'Istruzione sia abolito, unificato, accorpato e diluito nel Ministero di Giustizia, anzi direttamente nel CSM, andi direttamente nell'ANM, facendo di ogni singolo magistrato, sia requirente che giudicante, un professore di storia e un politilogo "honoris causa".
 
La semplice verità è che Bettino Craxi, quando ebbe contezza dei veri scopi della falsa rivoluzione giudiziaria e venne a conoscenza delle gravi ombre che celava uno dei suoi accusatori, precipitato dall'anonimato all'eroismo e fornito di una patente di vergine immacolata, laudato da una prona e servile sciarada mass mediatico giudiziaria, si è ribellato, si è opposto, si è difeso nel processo (con un "pool" di avvocati) e dal processo, e ha contestato, in celebri discorsi dinanzi al Parlamento, non solo la propria integrità personale, ma soprattutto la bontà di una storia politica, quella dell'Italia repubblicana, e di un ceto politico che aveva costruito sulle rovine del 26 aprile 1945, un paese dotato di una Costituzione avanzata, di istituzioni demoratiche e liberali, contribuendo all'ascesa dell'Italia quale potenza di rango mondiale.
 
La vera e inescusabile colpa di Craxi, è stata quella di aver tentato di arginare un processo politico celebrato prima che nelle aule di giustizia, nelle piazze e nel pubblico ludibrio, di cui l'assalto squadrista del 30 aprile 1993 fu l'episodio più inquietante e squallido.

Craxi riprese sulla propria pelle, esattamente dalla pelle di Aldo Moro, lo scettro da quello lasciato il 16 marzo 1978, quando in precedenza lo statista democristiano aveva avvertito il Parlamento che la Democrazia Cristiana non si sarenne fatta processare nelle piazze.
Tuttavia entrambi furono processati e poi ammazzati in forza di sentenze emesse da Tribunali, e da silenzi, viltà, omissioni, complicità e omertose convenienze, divenendo entrambi capri espiatori.
Li piangiamo insieme.
Riposino in pace.
E se un giorno in una città dell'Italia Corso Aldo Moro incrocerà Viale Bettino Craxi tanto meglio, chè una via, una piazza, un largo, una piazzetta e quello che vi pare, forse un giorno sarà intitolata pure ad Antonio Di Pietro.... sebbene Montenero di Bisaccia non è e mai sarà Hammamet.



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18 gennaio 2010
CULTURA
Il Papa nel Tempio Maggiore di Roma
 

Alla Chiesa i suoi Santi, agli ebrei il diritto di criticarli"; Convegno sul Rapporto Goldstone

 
Il Giornale, 16 gennaio 2010

Tutta la polemica sulla visita del Papa in Sinagoga attiene al tema del dolore, della tragedia, della rabbia, della delusione e della sete di giustizia, ed è per questo una polemica ragguardevole. Ma non ha niente a che fare con la questione dei rapporti fra ebrei e cristiani: essi abitano altrove. È evidente che la visita di Benedetto XVI non può che essere utile a un’amicizia che ha molte ragioni per reggere, e molte ragioni, invece, per dubitare, dopo tante ferite, di farcela. La questione centrale del sospetto che Rav Laras, persona savia, integra ed ebraica come piace a me, esprime sulla bontà della visita è certamente quella della beatificazione, o santificazione, di Pio XII propugnata dal Papa. Un Papa che esalta le attitudini “eroiche” in Pio XII alla sua beatificazione rivendicherà l’imprimatur della visita in Sinagoga.

Ma gli ebrei non possono, non devono, non vogliono legittimare o delegittimare nessun santo. Noi non abbiamo santi, non nel senso cattolico; non crediamo ai santi, non fanno parte del nostro universo religioso. La Chiesa ha ogni e qualsiasi diritto sulla scelta dei suoi santi; però, noi abbiamo diritto al giudizio storico, discutibile come tutti i giudizi, su qualsiasi personaggio, anche se beato o santo. Nessuno si offenda, qui non ci sono vignettisti blasfemi, solo una civile discussione, dunque. Il dialogo fra gli ebrei e i cattolici non può intricarsi nella santificazione di chicchessia; e, nonostante da anni se ne parli per Pio XII, ha fatto grandi passi avanti dai tempi in cui Giovanni XXIII tolse l’aggettivo “perfidi” agli ebrei, e ancora più da quando Paolo VI schifò lo Stato d’Israele e i suoi leader. Giovanni Paolo oltre a chiamare gli ebrei “fratelli maggiori” (espressione tuttavia controversa, secondo alcuni raffinati critici come Sergio Minerbi), ha fatto una cosa fondamentale, innegabile: ha riconosciuto lo Stato d’Israele, e c’è andato con evidente emozione e amore. Benedetto XVI a sua volta è andato a Gerusalemme, e questo è ragguardevole, perché niente come riconoscere che gli ebrei sono un popolo attuale e non del passato è teologicamente più importante.

La Chiesa si è sempre ritenuto il Verus Israel. Invece no: il vero Israele è Israele, e quando un Papa ne dà conto calcandone la terra e stringendo la mano ai suoi dirigenti ebrei fa un gran bel passo. Qui abbiamo un Papa che questo passo l’ha fatto, ma che nella determinazione di segnare con paletti il confine della sua fede assediata dalla laicità, dall’Islam, dalla modernità e dal consumismo, alle volte si è mostrato un po’ frettoloso, se possiamo permetterci. È una caratteristica di carattere, diremmo, che nel caso del vescovo negazionista stupisce, a volte, nel caso della preghiera che promette di convertire gli ebrei, dispiace. In questi gesti non c’è abbastanza consequenzialità rispetto al fatto storico di aver incontrato l’Israele vivente. Perché bisogna ricordare che se i due Papi citati hanno fatto qualcosa per gli ebrei andando in Israele, anche Israele ha fatto qualcosa per loro. [Continua...]



CONVEGNO

A un anno dalla guerra tra Israele e Hamas

"Il Rapporto Goldstone: un pericoloso fraintendimento"

Modera: Pierluigi Battista, Corriere della Sera

Intervengono:

Amb. Laura Mirachian – Rappresentante Permanente d’Italia presso l’ONU e le altre Organizzazioni Internazionali a Ginevra

Prof. Dore Gold – Presidente del Jerusalem Center for Public Affairs, Gerusalemme, ex Ambasciatore d’Israele presso le Nazioni Unite di New York

Gen. Giovanni Marizza, ex Vice comandante del corpo d’armata multinazionale in Iraq

Commenti:

On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri, Camera dei Deputati

On. Enrico Pianetta, Presidente dell’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele

On. Gianni Vernetti, ex Sottosegretario agli Esteri

Giovedì  21 gennaio 2010, ore 18:00

Camera dei Deputati, Sala del Refettorio, Palazzo San Macuto, Via del Seminario 76, Roma  

E' necessario accreditarsi con una mail a nirenstein_f@camera.it, o telefonando al 06-67606805 o 393-8058906
(Per gli uomini è necessario indossare la giacca)



Il 16 ottobre 2009, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, così  come successivamente l'Assemblea Generale, ha approvato un rapporto stilato dal Giudice sudafricano Richard Goldstone, sul conflitto tra Israele e Hamas del gennaio scorso.

Per otto anni, le cittadine israeliane intorno alla Striscia di Gaza sono state prese di mira da oltre 9000 razzi da parte di Hamas, l'organizzazione terroristica che oggi governa la Striscia. La guerra di Gaza, scoppiata il 27 dicembre 2008, fu una conseguenza di questo continuo attacco alla popolazione civile israeliana, che ha continuato a perpetrarsi anche dopo il disimpegno dalla Striscia da parte israeliana nell'agosto 2005.

Il Rapporto Goldstone è forse il più  pervasivo attacco verso la possibilità  di Israele di difendersi dal terrorismo contro i civili e, in generale, verso qualsiasi Stato si trovi a combattere in una guerra asimmetrica in cui vengono usati i civili come scudi umani o come obiettivi nel conflitto. Infatti, coadiuvato da una serie di testimonianze spesso risultate inaccurate o falsificate, Goldstone ha presentato una conclusione che fa di Israele un paese criminale di guerra.

In un periodo in cui in tutto il mondo si combattono guerre asimemtriche contro gruppi terroristici, i principi e la metodologia di Goldstone rischiano di minacciare la sicurezza di tutti i paesi coinvolti nelle guerre contro il terrorismo.

Per discutere di questi temi, l'Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele, con la collaborazione dell’associazione Europan Friends of Israel, invita la S.V. a partecipare a un dibattito dal titolo "Il Rapporto Goldstone: un pericoloso fraintendimento”.





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15 gennaio 2010
diritti
Il diritto di commemorare Craxi
 
Il diritto di commemorare Bettino Craxi
 
Una storia politica non può essere giudicata in forza di Sentenze. Anche se passate in giudicato e quindi inappellabili. Dinanzi al Tribunale - e con esso la Corte di Appello e la Corte di Cassazione - Benedetto Craxi detto Bettino, nato a Milano nel 1934 e morto ad Hammamet il 20 gennaio 2000, è un condannato, un pregiudicato, sottrattosi, finchè in vita, alla espiazione delle pene comminategli durante la sua latitanza.
 
Detto ciò, tuttavia dinanzi al Tribunale della storia, Craxi è altro, contiene altro e la sua storia politica - iniziata a 16 anni e durata fino alla sua morte - non è stata un'affastellarsi di reati. Questa è una menzogna.
La storia politica di Craxi la conoscono tutti e tutti possono conoscerla. E' fatta di luci e di ombre e può essere discutibile quanto si vuole, ma è incancellabile, scolpita nei fatti e consegnata alla storia e al giudizio degli uomini e degli storici: sine ira ac studio, se possibile.
 
Nella storia di un uomo politico imbattersi in vicende giudiziarie non è un eccezione, ma una regola giacchè l'esercizio del potere contiene in nuce la possibilità di sconfinare la legge o di sospettarne lo sconfino, e qualche nemico politico, qualche Pm zelante, qualche gruppo mediatico, sarà sempre pronto ad approfittarne e potranno allearsi, senza necessariamente tramare orditi come carbonari, per un comune interesse, per fotterlo, qualificandosi come vivide sentinelle del potere, dei suoi eccessi e dei suoi arbitri.
 
Gli amici e i compagni di Bettino Craxi, siano essi rimastigli fedeli sin dal 1992, siano essi quelli tardivi o ricreduti o pentiti, rivendicano l'assoluto diritto non solo di affermare che Craxi fu un politico di grandi capacità e uno statista che ha lavorato per l'interesse del paese: essi rivendicano altresì il diritto di opinare le sentenze di condanna che hanno raggiunto Craxi, poichè discutibili - anche tecnicamente - e non tabù o dogmi, verso le inchinarsi. E' legittimo poter esercitare un diritto di critica, formulare un'obiezione, esprimere un dubbio, senza che ciò significi attentare alla Magistratura, che esercita le proprie funzioni in nome dei cittadini.
 
Se poi quelle sentenze vengono utilizzate, dai nemici vecchi e nuovi di Craxi, per gettare sull'intera storia politica di Craxi il sospetto retroattivo che essa fu invero una mascheratura per perseguire inconfessati fini personali e di clan, con evidente danno collettivo, allora esse sentenze finiscono per assumere  un rilievo esondante, extragiudiziario, cioè assorbente di un giudizio, legittimo, politico, su di una vicenda in cui il dato giudiziario - emerso soltanto sul finire del 1992 - diviene prevalente e totalitario, fagogitando e asservendo ogni scelta politica compiuta da Craxi, da rubricarsi quale fase prepataroria di un reato, dove quindi la corruzione e la concussione, la ricettazione e la violazione delle norme sul finanziamento dei partiti, diventano la vera e unica traccia  di un percorso politico, letto dalla fine a ritroso, come una reiterazione occulta di reati, scoperti poi da scaltri investigatori, che non hanno guardato in faccia a nessuno poichè facevano il proprio dovere e applicavano soltanto la legge.
 
La storia politica di Bettino Craxi e di chiunque abbia raggiunto quelle cariche e quel potere, non può essere decrittata e dettata dagli accertamenti contenuti nelle sentenze di condanna, scritte da funzionari dello stato, pagati dallo stato, che dopo sono diventati politici, hanno fondato partiti, sono diventati ministri e parlamentari, sempre pagati dallo stato. Se i nostri alunni e studenti - dalle elementari fino alle università - devono studiare sui repertori della giurispridenza penale, invece che sui saggi di storia e di politica, lo si dica. Se per conoscere la storia, invece di addentrarsi nei musei patri, devono frequentare le aule di giustizia lo si dica e allora che il Ministero dell'Istruzione sia abolito, unificato, accorpato e diluito nel Ministero di Giustizia, anzi direttamente nel CSM, andi direttamente nell'ANM, facendo di ogni singolo magistrato, sia requirente che giudicante, un professore di storia e un politilogo "honoris causa".
 
La semplice verità è che Bettino Craxi, quando ebbe contezza dei veri scopi della falsa rivoluzione giudiziaria e venne a conoscenza delle gravi ombre che celava uno dei suoi accusatori, precipitato dall'anonimato all'eroismo e fornito di una patente di vergine immacolata, laudato da una prona e servile sciarada mass mediatico giudiziaria, si è ribellato, si è opposto, si è difeso nel processo (con un pool di avvocati) e dal processo, e ha contestato, in celebri discorsi dinanzi al Parlamento, non solo la propria integrità personale, ma soprattutto la bontà di una storia politica, quella dell'Italia repubblicana, e di un ceto politico che aveva costruito sulle rovine del 26 aprile 1945, un paese dotato di una Costituzione avanzata, di istituzioni demoratiche e liberali, contribuendo all'ascesa dell'Italia quale potenza di rango mondiale.
 
Il vero torto, la vera e inescusabile colpa di Craxi, è stata quella di aver tentato di arginare un processo politico celebrato prima che nelle aule di giustizia, nelle piazze e nel pubblico ludibrio, di cui l'assalto squadrista del 29 aprile 1993 fu l'episodio più inquietante e squallido. Craxi riprese sulla propria pelle, esattamente dalla pelle di Aldo Moro, lo scettro da quello lasciato il 16 marzo 1978, quando in precedenza lo statista democristiano aveva avvertito il Parlamento che la Democrazia Cristiana non si sarenne fatta processare nelle piazze.
Tuttavia entrambi furono processati e poi ammazzati da Tribunali, e da silenzi, viltà, omissioni, complicità e omertose convenienze, divenendo entrambi capri espiatori.
Li piangiamo insieme.
Riposino in pace.
E se un giorno in una città dell'Italia Corso Aldo Moro incrocerà Viale Bettino Craxi tanto meglio, chè una via, una piazza, un largo, una piazzetta e quello che vi pare, forse un giorno sarà intitolata pure ad Antonio Di Pietro.... sebbene Montenero di Bisaccia non è e mai sarà Hammamet.
 



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14 gennaio 2010
POLITICA
Commemorazione Craxi: lettera al Senatore Pancho Pardi
Gentile Senatore,
 
si metta l'anima in pace: Lei, Di Pietro, Travaglio e tutta l'Italia dei Valori: Bettino Craxi sarà commemorato non solo quest'anno - in primis dal Presidente della Repubblica e non da Massimo Ciancimino - ma per sempre e non sarà ricordato certo per quelle ingiuste sentenze che lo hanno condannato.
 
Lei, Di Pietro e compagnia, invece, dopo che il Creatore vi avrà chiamato, finirete nel dimenticatoio e sui libri di storia di voi non ci sarà traccia: siete il nulla e diventerete il nulla.
 
Si rassegni e si metta l'anima in pace.
 
Cordialmente.
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