GIORNATA DELLA MEMORIA
27 GENNAIO 2010
“LE LEGGI RAZZIALI E GLI EBREI ITALIANI”
Nel celebrare senza retorica la Giornata della Memoria, istituita il 27 gennaio di ogni anno, nella ricorrenza simbolica della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau ad opera delle truppe dell’Armata Rossa, diviene opportuno e necessario volgere il nostro sguardo sull’impatto che ebbero le Leggi Razziali promulgate in Italia nel 1938.
Con esse infatti, inizia la persecuzione antisemita, foriera di ignobili conseguenze nei confronti degli ebrei italiani, inclusi quelli napoletani (sul punto segnalo il bel documentario “Dal cancello secondario, storie di ebrei a Napoli”, a cura di Gabriella Gribaudi, regia di Alessandra Forni e Fabio Esposito, Ed. Xila, 2003), dei quali ricorderemo un bambino, Sergio De Simone, narrandone in seguito la tragica sorte.
Le Leggi Razziali non furono emanate soltanto per compiacere l’alleato tedesco (il Duce non volle demeritare agli occhi del Fuhrer quanto a zelo antisemita), dopo le Leggi di Norimberga (1935), e in ogni caso, rilevare una diversità tra le leggi italiane e naziste, deducendo correttamente che in Italia non si creò un “clima” da Kristallnàcht, non deve indurre a nessuna indulgenza verso i teorizzatori del sedicente “razzismo spiritualista” (i firmatari del Manifesto della Razza) e i volenterosi legislatori. Infatti le conseguenze furono pesantissime, culminando nelle deportazioni ai campi di sterminio, cominciate il 16 ottobre ‘43 con la Judenoperation nel Ghetto ebraico di Roma, ad opera di SS, capeggiate dal comandante delle SS di Roma, Kappler e dallo specialista del RSHA (Alto Comando per la Sicurezza del Reich), l’SS Theo Dannecker, con la corrività di poliziotti italiani.
In realtà la deportazione e lo sterminio su scala industriale degli ebrei europei furono il criminale apogeo di un genocidio pianificato nel ’42 nella Conferenza del Wansee (presieduta dal Gruppenfuhrer SS Heydrich, luogotenente del Reichsfuhrer SS Himmler, che nel ‘36 incontrò il capo della Polizia italiana Bocchini, circa le misure da attuare contro gli ebrei italiani), che ebbe il proprio fulcro nelle leggi razziali. Queste si prefiggevano lo scopo di espellere dal consorzio civile i giudei, spogliandoli dei loro diritti e dei loro beni, costringendoli all’emigrazione e alla ghettizzazione per deportarli, schiavizzarli e annientarli: l’Europa andava resa Judenfrei (libera ossia ripulita di ogni presenza ebraica) compresa l’Italia.
Gli ebrei italiani dunque si misurarono con leggi che perseguivano la difesa di un’immaginaria “razza italica”, dai loro belluini complotti globali, propagandati nel falso libello dei Protocolli dei Savi di Sion: ma quali furono gli effetti nella vita quotidiana? Osserviamone alcuni entrando idealmente nella casa di una famiglia ebrea di Napoli…
C’è il capofamiglia che compila il Questionario inviato dal Ministero della Demografia e Razza per censire gli ebrei: è un italiano orgoglioso, che guarda la Medaglia ricevuta dal padre dopo la Grande Guerra ‘15-‘18, chino su quella burocratica scartoffia, ove dovrà vergare di appartenere alla razza ebraica. La radio presso la quale la famiglia la sera si riunisce, va consegnata al più vicino Commissariato sbirresco. Titina, la fedele domestica che i ragazzi chiamano zia, va licenziata in tronco: i giudei non possono avere servitù ariana. I ragazzi devono lasciare la scuola, oppure, come nel raro caso della scuola elementare Vanvitelli di Napoli, frequentarla in una classe di soli scolari ebrei, con gli alunni divisi e completamente isolati dagli altri. Intanto il laborioso capofamiglia perde l’impiego o si vede espropriato il negozio in cambio di un’insulsa indennità. Deve rinunciare alla docenza universitaria e non può esercitare una professione liberale. La dignitosa serenità economica costata sacrifici, è sostituita da una vita stentata, e i gioielli, ricordo di un Nissùin o di un Bar Mitzvàh, finiscono al Banco dei Pegni: i banchieri giudei demoplutomassoni impegnarono i più cari ricordi per sfamare i figli. E i fidanzati in procinto di sposarsi? Lui giudeo, lei ariana, non possono contrarre matrimonio: è proibito, così come prestare il servizio di leva. La lista delle ulteriori, odiose proibizioni sarebbe lunga, giacchè ai nostri legislatori non difettò la fantasia, sebbene le interpretazioni delle norme suscitarono non pochi dilemmi, costringendo il regime, - la tragedia sconfinò nella farsa! - ad emanare pletore di circolari affinché, riluttanti funzionari e miserabili Podestà, le applicassero senza esitazioni. Renzo De Felice osservò che con le leggi razziali il fascismo “divorziò dal popolo italiano, dalla sua mentalità e dalla sua storia”, poichè l’antisemitismo era estraneo agli italiani e il pregiudizio sui perfidi giudii, obliquamente diffuso dalla Chiesa Cattolica, aveva matrici piuttosto religiose che razziali. Tuttavia, se la maggioranza del popolo italiano non prese parte alle persecuzioni antiebraiche, – anzi: quanti ebrei furono salvati e protetti come nel caso del campo di raccolta di Campagna, vicino Buccino! – il suo peccato inescusabile fu di aver tollerato, nell’indifferenza conformista, la promulgazione di leggi ripugnanti.
Nessuno comprese che il “momento” normativo era soltanto il preludio della Soluzione Finale: nel giro di 6 anni, infatti, migliaia di ebrei finirono nei crematori di Auschwitz - Birkenau. E fu quel clima, provocato dalle sciagurate leggi, che instradò il tragico destino di un piccolo ebreo napoletano del Vomero: Sergio De Simone. Sergio e la madre Gisella Perlow, natìa di Fiume e sposata con Eduardo (sotto le armi dal ‘40), vissero a Via Morghen in solitudine e in un ambiente se non ostile, certamente indifferente ai loro penosi travagli, eccettuati i premurosi vicini, i Parlato, e un’amica di Gisella, Piera Nardi anch’essa di Fiume. Nel luglio del ’43 Gisella raggiunse la propria famiglia a Fiume: ma se fosse rimasta a Napoli, lo sbarco alleato e il successivo armistizio l’avrebbero vista al sicuro con Sergio. Infatti, proprio a Fiume, infestata di repubblichini e di SS, Sergio, Gisella, la sorella Mira, le nipotine Andra e Tatiana, furono rastrellati e tradotti ad Auschwitz, dove Sergio diventerà il n° A179614. Gisella, Mira, Andra e Tatiana miracolosamente sopravvissero, mentre Sergio, cavia del famigerato Doctor Mengele, sarà deportato in un Konzentrationlager vicino Amburgo, dove incontrerà due orchi: il medico Heissmeyer, che gli inoculerà la tubercolosi, e la SS Strippel che lo impiccò insieme con altri venti bambini, cremandone le spoglie il 20 aprile 1945: aveva 7 anni, Sergio.
Da Via Morghen a Fiume; dal kinderblock di Birkenau al camicie bianco di Mengele e, infine, tra le rovine del Reich, la scoperta degli orchi: questo, lo sfortunato tragitto di un bambino napoletano, vittima delle leggi razziali e della colpevole indifferenza che lo circondò.
Oggi Sergio avrebbe più di 70 anni e il suo nome, come quello degli altri bambini ammazzati dai nazisti e dai fascisti, non riecheggerebbe nella sala dello Yad Vashem di Gerusalemme, dove i nomi di tutti i bambini vengono ogni giorno ricordati uno per uno, un milione e mezzo.
Sergio avrebbe avuto figli e nipoti, invecchiando serenamente.
Lo ricordiamo commossi e addolorati perché non avemmo il coraggio di proteggerlo, di accoglierlo e di amarlo come uno di noi: di razza umana.
Sergio De Simone
Giuseppe Nitto
Piccolo Glossario:
Kristallnàcht: la cosiddetta Notte dei cristalli (1938) quando gli ebrei tedeschi furono vittima di pogrom da parte di SA e SS che oltre a picchiare ed uccidere, sfasciarono le vetrine dei negozi ebraici.
Judenoperation: rastrellamento avente oggetto giudei.
Reichsfuhrer: capo supremo delle SS.
Judenfrei: territorio libero (ripulito) da giudei.
Nissùin: Matrimonio ebraico.
Bar Mitzvàh: letteralmente “Figlio del precetto”, cerimonia di iniziazione alla religione ebraica che i maschi compiono a 13 anni (le femmine a 12 anni).
Kinderblock: nei campi di concentramento, erano le baracche dove erano internati i bambini.
Konzentrationlager: campo di concentramento.