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ERESIE CONGETTURE DUBBI MEMORIE dalla parte degli infedeli

"IN PARTIBUS INFIDELIUM"

dedicato a Leonardo Sciascia

"a futura memoria, se la memoria ha un futuro"

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9 giugno 2010
politica estera
Daniel Pipes: Ebrei americani versus Obama

Gli ebrei americani sfidano Barack Obama

di Daniel Pipes
Liberal
8 giugno 2010

L'aperto conflitto tra l'amministrazione Obama e il governo di Benjamin Netanyahu ha creato delle tensioni senza precedenti tra gli Usa e Israele dai tempi dell'amministrazione del primo presidente Bush. E queste tensioni incidono notevolmente sugli ebrei americani che – dopo le rassicurazioni dell'allora candidato Obama sul fatto che sarebbe stato un amico e un alleato dello Stato d'Israele (malgrado i suoi legami di vecchia data con il reverendo Jeremiah Wright, imperterrito antisemita e contrario ad Israele) lo hanno votato nel 2008 con una proporzione di 4 a 1. Gli ebrei d'America stanno affrontando una sfida politica senza precedenti e in un momento cruciale, trovandosi ad affrontare la minaccia esistenziale lanciata a Israele, e per estensione al futuro dell'intero popolo ebraico, da parte di un Iran che sta dotandosi di armi nucleari. In che modo, dunque, reagiranno a questa minaccia? I sostenitori ebrei di Obama potranno agire in maniera tale da sfidare la chiara direzione dell'attuale politica della Casa Bianca? E accetteranno l'opinione di Barack Obama secondo cui lo Stato d'Israele ha una certa responsabilità per le perdite «materiali e di vite umane» subite dagli Stati Uniti in Medio Oriente? Continueranno a offrire il loro appoggio all'amministrazione Obama e al partito politico del Presidente? I geni dell'amministrazione Obama hanno per ben due volte provocato – e perso – lo stesso scontro arbitrario con il governo Netanyahu. Ma sfortunatamente, queste sconfitte non li hanno dissuasi dal perseguire i loro obiettivi erronei. Il primo attrito ha avuto inizio nel maggio 2009, quando il Segretario di Stato Hillary Clinton chiese al governo Netanyahu di bloccare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

La leadership americana ha criticato aspramente Netanyahu.

Quattro mesi dopo, avendo capito che questa politica ostruiva l'operato della diplomazia israelo-palestinese, i suddetti geni hanno fatto marcia indietro e sono tornati alle consuete linee politiche dei Democrats: vale a dire avere degli ottimi rapporti con Gerusalemme. Nel marzo 2010, il vice-presidente Joe Biden, la Clinton e Obama hanno attaccato di nuovo briga con Israele esattamente per lo stesso motivo, in particolar modo per gli insediamenti di Gerusalemme. Stavolta l'Amministrazione ci ha messo solo sei settimane per recedere dai suoi stolti propositi, come dimostrato dal discorso pronunciato da James Jones al Washington Institute e dal pranzo alla Casa Bianca al quale è stato invitato Elie Weisel. Malgrado questi dietrofront di natura tattica, la politica del "nesso", che si basa sulla convinzione che il benessere mediorientale dipenda essenzialmente da un accordo di pace israelo-palestinese, rimane valida e ostacolerà i rapporti tra Stati Uniti e Israele almeno per i prossimi due anni e mezzo della presidenza Obama. In questo difficile momento, mi consolano tre fatti. Vediamoli: innanzitutto, gli israeliani si assumono più «rischi in cambio di pace» ed offrono un maggior numero di «concessioni dolorose» – commettendo dunque errori irreversibili – quando i rapporti tra gli Usa e lo Stato ebraico sono saldi e cordiali. Al contrario, dei tesi rapporti tra Washington e Gerusalemme portano quest'ultima a prendere delle decisioni decisamente meno avventate. E questa è una buona cosa.

Un altro aspetto positivo consiste nel danno apparentemente permanente che questi attriti hanno arrecato a Obama, che agli occhi di parecchi ebrei americani non sembra offrire un adeguato sostegno a Israele. In terzo luogo, i dissidi di Obama avvengono in un momento in cui l'appoggio americano allo Stato ebraico è particolarmente forte; un recente sondaggio, ad esempio, mostra una preferenza di 10 a 1 a favore di Israele nel conflitto coi palestinesi. A questo si aggiunga la portata dei rapporti religiosi, familiari, commerciali e culturali che intercorrono tra gli Stati Uniti e lo Stato ebraico – come simboleggiato dall'accordo bilaterale open skies di recente siglato – e il fatto che il presidente – che ha subito un crollo nei sondaggi e che deve essere profondamente preoccupato per le prossime elezioni di mid-term – finora sia riuscito solo a inimicarsi la moltitudine di elettori pro-Israele. Alla luce di quanto scritto, io sono preoccupato, certo, ma non troppo. Piuttosto, non vorrei focalizzarmi solo sugli ebrei d'America. Perché il dibattito arabo-israeliano negli Usa è cambiato al punto che gli "ebrei" non definiscono più in modo adeguato lo schieramento pro-Israele. Visto che gli ebrei che diffamano Israele sono in aumento e tendono ad organizzarsi (si pensi all'organizzazione J Street), allo stesso modo agiscono con entusiasmo i non-ebrei pro-Israele (si pensi ai Cristiani uniti per Israele). Pertanto, suggerisco di rimpiazzare – in questo caso specifico – il termine "ebrei" con "sionisti".




permalink | inviato da inpartibusinfidelium il 9/6/2010 alle 17:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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