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inpartibusinfidelium
ERESIE CONGETTURE DUBBI MEMORIE dalla parte degli infedeli

"IN PARTIBUS INFIDELIUM"

dedicato a Leonardo Sciascia

"a futura memoria, se la memoria ha un futuro"

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28 settembre 2010
diritti
Per la Verità. Per Israele

"Per la verità, per Israele": il 7 ottobre in piazza a Roma; articolo: L’Obama pallido che rinforza l’Iran

 

Cari amici,
domani una sopresa sul Foglio. E il 7 ottobre tutti in piazza di Pietra a Roma!

 
PER LA VERITA', PER ISRAELE: IL 7 OTTOBRE IN PIAZZA A ROMA



 

 


 









MANIFESTAZIONE

Giovedì 7 ottobre alle 18:30 al Tempio di Adriano, Piazza di Pietra, Roma

Perché non puoi mancare?

Perché
è indispensabile porre fine alla valanga di bugie che ogni giorno si rovescia su Israele.

Perché Israele è l'unico Paese che può essere sicuro di essere attaccato qualsiasi cosa faccia: sia che i suoi atleti partecipino a un torneo, sia che i suoi film concorra no a un festival internazionale, sia che difenda la sua gente da missili e attentati terroristici.

Perché a questa manifestazione giungeranno da tutta Europa politici, intellettuali, giovani che vogliono la verità su Israele.


Basta con il doppio standard:


l’Onu ha dedicato l'80% delle sue condanne soltanto a Israele, mentre dimentica l'Iran che impicca gli omosessuali e lapida le donne, il Darfur, dove si compie in silenzio una strage, la Cina che giustizia col colpo alla nuca.
VIENI per affermare c he difendere il diritto di Israele a esistere è una garanzia per la libertà di tutti noi.

Hanno aderito all’iniziativa, fra gli altri: José Maria Aznar, Fiamma Nirenstein, i direttori dei quotidiani "Il Foglio" (Giuliano Ferrara), "Libero" (Maurizio Belpietro), "Il Tempo" (Mario Sechi) e "L'Occidentale" (Giancarlo Loquenzi); il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici; il cantautore Lucio Dalla; lo scrittore Roberto Saviano; lo scrittore russo Nicolai Lilin; la scienziata e senatrice a vita Rita Levi Montalcini; lo scienziato e senatore Umberto Veronesi; i giornalisti Toni Capuozzo, Peppino Caldarola, Alain Elkann, Carlo Panella, Ernesto Galli Della Loggia, Pierluigi Battista; Giorgio Israel; Daniele Scalise; Anita Friedman; Yohanna Arbib; moltissimi parlamentari, tra cui Walter Veltroni, Furio Colombo, Enrico Pianetta, Francesco Rutelli, Italo Bocchio, Benedetto Della Vedova, Giovanna Melan dri, Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Margherita Boniver; il produttore di eventi musicali David Zard; la scrittrice Rosa Matteucci; Dore Gold, ex ambasciatore di Israele all'Onu; Bruce Bawer, scrittore; Amir Fakhravar, dissidente iraniano in esilio; Farid Ghadry, dissidente siriano in esilio; i parlamentari europei Hannu Takkula (Finlandia), Marco Scurria (Italia), Bastiaan Belder (Olanda), Corina Cretu (Romania), Pablo Arias (Spagna), Magdi Cristiano Allam (Italia) e molti altri ancora... [...]

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14 settembre 2010
sentimenti
Gaetano Arfè nel 3° anniversario della scomparsa...
A Repubblica - Napoli
 
 
Caro Direttore,
 
tre anni orsono si spegneva a Napoli Gaetano Arfè: natio di Somma Vesuviana, dove nacque nel 1925, fu allievo di Croce, partecipò alla Resistenza nelle colonne di Giustizia Libertà, azionista, aderì poi al partito socialista, per uscirne a causa di contrasti con Craxi; fu condirettore di Mondoperaio e direttore de l'Avanti!, parlamentare della Repubblica ed europeo, storico e docente universitario. In suo ricordo le Istituzioni cittadine promisero eventi ed iniziative sin qui non mantenute: spero allora che almeno il Presidente della Regione Campana on. Stefano Caldoro, che sin da ragazzo militò nel partito socialista, sia sensibile al ricordo di Arfè, suggerendo quantomeno di intitolargli una strada di Napoli, dove concluse la sua carriera universitaria.
 
Cordiali saluti.

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14 giugno 2010
diritti
FORO DI NEW YORK: "GAG ORDER" => ORDINE DI BAVAGLIO

La normativa del Foro di New York - e di altre giurisdizioni statali americane - limita la libertà di parola degli avvocati e dei procuratori fin quando non inizia il processo, vietando la diffusione di commenti extragiudiziali che possono essere diffusi attraverso i media. Nel caso della violazione della norma, che si concreta nel "contempt of court" (disprezzo della Corte che può compromettere un processo equo) i Giudici possono emettere un "gag order" cioè un ordine di bavaglio o anche detta ingiunzione al silenzio.

L'effetto del "gag order" è presto detto: "tutti i partecipanti alla procedura stanno più attenti a mostrarsi discreti, in particolare l'accusa che vede sempre incombere su di sè la minaccia di un annullamento del processo  secondo la norma costituzionale del sesto emendamento sul 'fair trial'" (Daniel Soulez Larivière "Il Circo mediatico-giudiziario", Liberilibri, 1994).

www.liberilibri.it


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9 giugno 2010
politica estera
Daniel Pipes: Ebrei americani versus Obama

Gli ebrei americani sfidano Barack Obama

di Daniel Pipes
Liberal
8 giugno 2010

L'aperto conflitto tra l'amministrazione Obama e il governo di Benjamin Netanyahu ha creato delle tensioni senza precedenti tra gli Usa e Israele dai tempi dell'amministrazione del primo presidente Bush. E queste tensioni incidono notevolmente sugli ebrei americani che – dopo le rassicurazioni dell'allora candidato Obama sul fatto che sarebbe stato un amico e un alleato dello Stato d'Israele (malgrado i suoi legami di vecchia data con il reverendo Jeremiah Wright, imperterrito antisemita e contrario ad Israele) lo hanno votato nel 2008 con una proporzione di 4 a 1. Gli ebrei d'America stanno affrontando una sfida politica senza precedenti e in un momento cruciale, trovandosi ad affrontare la minaccia esistenziale lanciata a Israele, e per estensione al futuro dell'intero popolo ebraico, da parte di un Iran che sta dotandosi di armi nucleari. In che modo, dunque, reagiranno a questa minaccia? I sostenitori ebrei di Obama potranno agire in maniera tale da sfidare la chiara direzione dell'attuale politica della Casa Bianca? E accetteranno l'opinione di Barack Obama secondo cui lo Stato d'Israele ha una certa responsabilità per le perdite «materiali e di vite umane» subite dagli Stati Uniti in Medio Oriente? Continueranno a offrire il loro appoggio all'amministrazione Obama e al partito politico del Presidente? I geni dell'amministrazione Obama hanno per ben due volte provocato – e perso – lo stesso scontro arbitrario con il governo Netanyahu. Ma sfortunatamente, queste sconfitte non li hanno dissuasi dal perseguire i loro obiettivi erronei. Il primo attrito ha avuto inizio nel maggio 2009, quando il Segretario di Stato Hillary Clinton chiese al governo Netanyahu di bloccare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

La leadership americana ha criticato aspramente Netanyahu.

Quattro mesi dopo, avendo capito che questa politica ostruiva l'operato della diplomazia israelo-palestinese, i suddetti geni hanno fatto marcia indietro e sono tornati alle consuete linee politiche dei Democrats: vale a dire avere degli ottimi rapporti con Gerusalemme. Nel marzo 2010, il vice-presidente Joe Biden, la Clinton e Obama hanno attaccato di nuovo briga con Israele esattamente per lo stesso motivo, in particolar modo per gli insediamenti di Gerusalemme. Stavolta l'Amministrazione ci ha messo solo sei settimane per recedere dai suoi stolti propositi, come dimostrato dal discorso pronunciato da James Jones al Washington Institute e dal pranzo alla Casa Bianca al quale è stato invitato Elie Weisel. Malgrado questi dietrofront di natura tattica, la politica del "nesso", che si basa sulla convinzione che il benessere mediorientale dipenda essenzialmente da un accordo di pace israelo-palestinese, rimane valida e ostacolerà i rapporti tra Stati Uniti e Israele almeno per i prossimi due anni e mezzo della presidenza Obama. In questo difficile momento, mi consolano tre fatti. Vediamoli: innanzitutto, gli israeliani si assumono più «rischi in cambio di pace» ed offrono un maggior numero di «concessioni dolorose» – commettendo dunque errori irreversibili – quando i rapporti tra gli Usa e lo Stato ebraico sono saldi e cordiali. Al contrario, dei tesi rapporti tra Washington e Gerusalemme portano quest'ultima a prendere delle decisioni decisamente meno avventate. E questa è una buona cosa.

Un altro aspetto positivo consiste nel danno apparentemente permanente che questi attriti hanno arrecato a Obama, che agli occhi di parecchi ebrei americani non sembra offrire un adeguato sostegno a Israele. In terzo luogo, i dissidi di Obama avvengono in un momento in cui l'appoggio americano allo Stato ebraico è particolarmente forte; un recente sondaggio, ad esempio, mostra una preferenza di 10 a 1 a favore di Israele nel conflitto coi palestinesi. A questo si aggiunga la portata dei rapporti religiosi, familiari, commerciali e culturali che intercorrono tra gli Stati Uniti e lo Stato ebraico – come simboleggiato dall'accordo bilaterale open skies di recente siglato – e il fatto che il presidente – che ha subito un crollo nei sondaggi e che deve essere profondamente preoccupato per le prossime elezioni di mid-term – finora sia riuscito solo a inimicarsi la moltitudine di elettori pro-Israele. Alla luce di quanto scritto, io sono preoccupato, certo, ma non troppo. Piuttosto, non vorrei focalizzarmi solo sugli ebrei d'America. Perché il dibattito arabo-israeliano negli Usa è cambiato al punto che gli "ebrei" non definiscono più in modo adeguato lo schieramento pro-Israele. Visto che gli ebrei che diffamano Israele sono in aumento e tendono ad organizzarsi (si pensi all'organizzazione J Street), allo stesso modo agiscono con entusiasmo i non-ebrei pro-Israele (si pensi ai Cristiani uniti per Israele). Pertanto, suggerisco di rimpiazzare – in questo caso specifico – il termine "ebrei" con "sionisti".




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7 giugno 2010
politica interna
Casini: "Di Pietro? E' uno sciacallo...."

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Caro Blogger, dunque anche Pierferdinando Casini, leader UDC, si è accorto che l'on. Antonio Di Pietro "è uno sciacallo che lucra sulle disgrazie del paese per mietere consensi", sottolineando che il Tonino nazionale non è sincero, non è trasparente (vedi affari con la cricca) e non è la moglie di Cesare.

Bene.  Lo avevamo detto, scritto e stradetto.

E adesso? Povero Tonino. De Magistris lo bracca e la rete insorge.

Solo Beppe Grillo lo difende e si capisce: la pasta è la stessa.

Pietro del Gizio


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11 maggio 2010
vita familiare
Accordo Berlusconi Lario: pecunia non olet...

Un fatto è certo: se il Cavaliere non scendeva in campo il matrimonio con la moglie, Veronica Lario, non sarebbe andato a rotoli.

Ciò smentisce, laddove ce ne sia bisogno, la bislacca e originale (sic!) tesi secondo la quale il Cav sarebbe disceso in politica per sistemare i propri affari personali: s'è visto!

Intanto: pecunia non olet, cara Signora Lario...


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10 maggio 2010
politica estera
Impazza la polemica nell'ebraismo europeo e internazionale: appelli & contrappelli + Daniel Pipes

"Con Israele, con la ragione": una risposta a JCall - sostenetela

 

Cari amici,
nei giorni scorsi, un gruppo di intellettuali francesi ebrei ha promosso un appello (JCall - "Appello alla ragione"), che è sostanzialmente un invito a Israele ad arrendersi.
L'appello di JCall fa parte della grande ondata di delegittimazione dello Stato d'Israele e della sua politica.
Noi abbiamo risposto con la forza della vere ragioni, le ragioni di Israele, e vogliamo che il numero e la qualità dei nostri firmatari dimostrino che esiste un grande movimento d'opinione che difende Israele, in Europa e nel mondo.
Questo che segue è il nostro appello "Con Israele, con la ragione", che vi prego di firmare e di diffondere il più possibile tramite i vostri contatti (il testo è in italiano e in inglese e sta per essere tradotto in francese), per raggiugere quanto prima il nostro obiettivo.


                               FIRMA L'APPELLO "CON ISRAELE, CON LA RAGIONE"

Prime firme:

Fiamma Nirenstein (giornalista e deputato), Giuliano Ferrara (direttore de Il Foglio), Paolo Mieli (presidente Rcs Libri, ex direttore del Corriere della Sera), Angelo Pezzana (giornalista, informazionecorretta.com e Libero), Ugo Volli (semiologo, Università di Torino), Shmuel Trigano (professore, Universités à Paris X-Nanterre), Giorgio Israel (Università La Sapienza), Giulio Meotti (giornalista, Il Foglio), Gianni Vernetti (deputato, ex Sottosegretario agli Esteri), Susanna Nirenstein (giornalista), Peppino Caldarola (giornalista), Alain Elkann (scrittore, consigliere Ministero Beni Culturali), Carlo Panella (giornalista, Il Foglio), Emanuele Ottolenghi (Senior Fellow, Foundation for the Defense of Democracies), Daniele Scalise (giornalista), Giancarlo Loquenzi (Direttore, l’Occidentale), Edoardo Tabasso (professore, Università di Firenze), Leonardo Tirabassi (presidente Circolo dei Liberi Firenze, Fondazione Magna Carta), Giacomo Kahn (Direttore mensile Shalom), Magdi Al lam (parlamentare europeo), Luigi Compagna (senatore), David Cassuto (ex vicesindaco di Gerusalemme), Riccardo Pacifici (presidente Comunità Ebraica di Roma), Anita Friedman (Associazione Appuntamento a Gerusalemme), Leone Paserman (presidente della fondazione Museo della Shoah di Roma), Massimo Polledri (deputato), Enrico Pianetta (deputato, Presidente Associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele), Alessandro Pagano (deputato), Renato Farina (deputato), Marco Zacchera (deputato), gennaro malgieri (deputato), Dore Gold (President, Jerusalem Center for Public Affairs, former Ambassador of Israel to the UN), Norman Podhoretz (Writer, Editor-at-Large, Commentary Magazine), Michael Ledeen (Freedom Scholar, Foundation for Defense of Democracies), Barbara Ledeen (senior advisor, The Israel Project), Phyllis Chesler (Emerita Professor of Psychology and Women's Studies, City University of New York), Nina Rosenwald (Editor-in-Chief, www.hudson-ny.o rg), Harold Rhode (esperto di Medioriente, ex Pentagono) Caroline Glick (editorialista, Jerusalem Post), Rafael Bardaji (Foreign Policy director, FAES Foundation), Raffaele Sassun (Presidente Keren Kayemeth LeIsrael Italia), Max Singer (a founder and Senior Fellow, Hudson Institute), George and Annabelle Weidenfeld (President, Institute for Strategic Dialogue), Anna Borioni, (associazione Appuntamento a Gerusalemme), Efraim Inbar (Director, Begin-Sadat Center for Strategic Studies), Zvi Mazel (former Ambassador of Israel to Egypt and Sweden), George Jochnowitz (Professor emeritus of Linguistics, College of Staten Island)



                                    "CON ISRAELE, CON LA RAGIONE"

L’aggressione a Israele dei firmatari del documento Jcall è ispirata da una visione miope della storia del conflitto arabo-israeliano, da una mancanza di percezione chiara del pericolo che Israele corre oggi di fronte a un grande attacco fisico e morale. E’ addirittura incredibile che personaggi intelligenti e colti come Alain Finkelkraut e Bernard-Henri Levy, invece di occuparsi dell’Iran che ben presto terrà tutto il mondo nel raggio della minaccia della sua bomba atomica, bamboleggino con l’idea che Benjamin Netanyahu sia il vero ostacolo alla pace, che l’impedimento essenziale per giungere a una risoluzione del conflitto sia un ipotetico, riprovevole atteggiamento israeliano. Sembra che gli intellettuali firmatari ignorino la realtà e inoltre che se ne infischino del contributo che il loro documento darà e sta già dando al movimento di delegittimazione senza precedenti che minaccia concretamente la vita di Israele.

Voler spingere Israele a concessioni territoriali senza contraccambio significa semplicemente consegnarsi nelle mani del nemico senza nessuna garanzia: lo sgombero di Gaza, compiuto senza trattativa, ha portato risultati disastrosi, il territorio lasciato dagli abitanti di Gush Katif è diventato un’unica rampa di lancio per missili e terroristi; la trattativa di Ehud Barak, intesa a cedere a Arafat praticamente tutto quello che chiedeva, portò semplicemente all’orrore della seconda Intifada, con i suoi duemila morti uccisi da attentati suicidi. Lo sgombero della fascia meridionale del Libano nel 2000 ha rafforzato gli Hezbollah, li ha riempiti di missili, ha condotto alla guerra del 2006.

Alain Finkelkraut, Bernard-Henri Levy e i loro amici sostengono di preoccuparsi per il futuro e la sicurezza d’Israele, ma di fatto ignorano l’elemento basilare che ha impedito ai processi di pace di andare in porto, ovvero il rifiuto arabo e palestinese di riconoscere l’esistenza stessa dello Stato d’Israele come dato permanente nell’area. Basterebbe che ogni mattina leggessero la stampa palestinese e araba e se ne renderebbero conto. Nessuna concessione territoriale di quelle che gli intellettuali francesi sembrano desiderare con tanta energia può garantire la pace, ma solo una rivoluzione culturale nel mondo arabo. E nessuno la chiede, nemmeno Obama che invece preme solo su Israele. E’ divenuta la moda di questo tempo.

L’attacco a Netanyahu che si legge nell’appello di Jcall è volto a destrutturare la sua coalizione di destra. Ma la realtà è che non è mai contato nulla che un governo israeliano fosse di destra o di sinistra: i Palestinesi hanno sempre comunque rifiutato ogni proposta di pace.

Ma che Israele diventi ancora più piccolo non servirà a niente finché Abu Mazen non rinuncerà a intitolare le piazze al nome dell’arciterrorista Yehiya Ayash, finché il mondo palestinese non smetterà di distribuire caramelle quando viene ucciso un ragazzo ebreo in qualche ristorante, finché non accetterà la richiesta davvero minimalista di Netanyahu di riconoscere che lo Stato di Israele è lo Stato del popolo ebraico.

Sembrano ignorare questo dato evidente anche gli intellettuali israeliani che hanno firmato un documento addirittura contro il premio Nobel Elie Wiesel che ha scritto una nobilissima lettera in sostegno di Gerusalemme come patria morale e storica del popolo ebraico.

E’ una triste epidemia perbenista, con la quale probabilmente si pensa di fornire un po’ d’ossigeno ai movimenti pacifisti che in questi anni non ha saputo altro che fallire ripetutamente sullo scoglio della cultura dell’odio islamista e contribuire alla diffamazione di Israele. Ma non si arriverà a nessun processo di pace (e le generose offerte di Olmert rifiutate da Abu Mazen ne fanno fede) finché una larga parte del mondo non smetterà di sperare che la distruzione di Israele sia dietro l’angolo, sulla scia della nuova eccitazione islamista dell’Iran e dei suoi amici Siria, Hezbollah, Hamas tutti sempre più armati di armi letali, e non solamente di vane parole, come i firmatari dell’”appello alla ragione”. Ma anche le parole possono uccidere e distruggere.

Non ci sfugge, di fronte a una così evidente ignoranza della politica della mano tesa di Netanyahu con il discorso di Bar Ilan e il congelamento di dieci mesi degli insediamenti, lo sblocco di molti check point e la promozione di importanti misure per agevolare l’economia palestinese, che sia presente nel “documento Finkelkraut” un traino obamista, un perbenismo da salotto buono cui spesso gli intellettuali non sanno dire no. Esso mette i nemici di Israele, e sono più di sempre e più agguerriti, nella condizione di delegittimare e attaccare lo Stato ebraico, dicendo: “Anche molti ebrei sono dalla nostra parte”. Se questo era lo scopo dei firmatari, lo hanno raggiunto.

 

 
 

 

 



                               
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L'AP celebra i terroristi che uccidono gli israeliani

di Daniel Pipes
3 maggio 2010

Se il governo americano ripone in Mahmoud Abbas e nell'Autorità palestinese (Ap) una fiducia che rasenta il mistero, alcuni di noi li considerano semplicemente dei "bravi terroristi" (bravi perché sono disposti a sedersi al tavolo negoziale con Israele) al contrario dei "cattivi terroristi" di Hamas (cattivi perché non sono disposti a negoziare).

E poi arriva Palestinian Media Watch (Pmw) a dimostrare che abbiamo ragione, pubblicando oggi un sorprendente compendio di tributi resi dall'Ap a una lunga lista di assassini. Il rapporto dal titolo "Dai terroristi ai modelli di comportamento: l'istituzionalizzazione dell'incitamento da parte dell'Ap" spiega nel suo sommario che "la politica dell'Ap di intitolare le scuole, i campi estivi, gli eventi sportivi, le strade e le cerimonie alla memoria di terroristi mina sostanzialmente la possibilità di percorrere la strada della pace". Scritto da Itamar Marcus, Nan Jacques Zilberdik, Barbara Crook e dallo staff di Pmw, il documento afferma con accurati dettagli l'esaltazione di alcuni degli individui più cattivi degli ultimi anni.

Prendiamo l'esempio di Dalal Mughrabi, la diciannovenne che nel marzo 1978 fu responsabile del "Massacro della strada costiera" in cui rimasero uccisi 37 civili nel dirottamento di un autobus che ha fatto più vittime israeliane di ogni altro attacco terroristico palestinese. Il suo abominevole nome è stato immortalato intitolando alla sua memoria

Due scuole elementari, una scuola materna, un centro informatico, dei campi scuola, dei tornei di calcio, un centro sociale, una squadra sportiva, una piazza pubblica, una strada, un corso elettorale, un corso d'istruzione per adulti, un circolo universitario, un corpo di ballo, un'unità militare, un dormitorio in un centro giovanile, delle serie TV, una squadra di un quiz televisivo e una cerimonia di laurea.

Il rapporto redatto da Palestinian Media Watch include 100 esempi di casi intitolati alla memoria di 46 terroristi, 26 dei quali sono stati segnalati nei media palestinesi solamente nei primi quattro mesi del 2010. Il resoconto rende vivido l'impatto di questi tributi resi intitolando qualcosa alla memoria di terroristi, immaginando un bambino palestinese che

Può andare a scuola lungo la strada intitolata alla memoria del terrorista Abu Jihad, che ha pianificato il dirottamento di un autobus in cui hanno perso la vita 37 persone; può trascorrere la giornata a studiare in una scuola intitolata ad Ahmad Yassin, il fondatore di Hamas; nel pomeriggio può giocare a calcio in un torneo intitolato alla memoria del terrorista suicida Abdel Baset Odeh, che ha ucciso 31 persone e può finire la sua giornata in un centro giovanile intitolato al terrorista Abu Iyad, responsabile dell'uccisione degli 11 atleti della nazionale olimpica israeliana a Monaco.

Né la glorificazione della violenza da parte dell'Ap è limitata agli assassini palestinesi: "Il ribelle iracheno Ali Al-Naamani ha commesso il suo primo attacco suicida in Iraq, uccidendo 4 soldati americani. I palestinesi gli hanno intitolato una piazza nel centro di Jenin. Allo stesso modo, una scuola palestinese e una strada sono intitolate alla memoria di Saddam Hussein.

Se viene messa a confronto col criticismo per esaltare i terroristi, la leadership dell'Ap non mostra alcun pentimento sincero. "Naturalmente vogliamo intitolarle in sua memoria una piazza", dice Abbas riferendosi alla Mughrabi.

Commenti:

1) Lode a Palestinian Media Watch per la sua ampia ricerca.

2) Che cosa ci vorrà per convincere chi prende le decisioni politiche in America in entrambi i partiti che i bravi terroristi sono altrettanto dannosi – e forse anche più operativi – dei cattivi terroristi?

3) L'ammirazione per i terroristi inculcati nei bambini in tenera età in seno alla società palestinese, in definitiva, danneggia più i palestinesi che gli israeliani, abbrutendoli e rendendoli disumani. Grazie a te, Yasser Arafat.

 




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16 aprile 2010
spettacoli
Di Pietro fan di Emergency: al peggio non c'è mai limite

Visto e sentito ad Annozero.

Che l'Eroe, alias Tonino Di Pietro, sia diventato anche un fan di Gino Strada e di Emergency, dopo i, certamente, poco chiari fatti afghani, è semplicemente ridicolo, dimostrazione ulteriore della spregiudicatezza del leader italiavalorista (o valoriale, boh!) che cerca di raccattare voti dappertutto, così come fece circa la morte del povero Stefano Cucchi.

Un fatto però è certo: se tra i Pubblici Ministeri afghani che indagano su Emergency ci fosse uno come il Pm Di Pietro, avrebbe sicuramente arrestato anche Gino Strada, applicando il teorema (del Pool ambrosiano) del "non poteva non sapere".


Che sciacallo e che faccia di tolla! 

PS fossi Gino Strada a Di Pietro lo manderei affanculo.
14 aprile 2010
politica interna
Sono 3 ore che in Parlamento...
Sono 3 ore che alla Camera si parla del decreto elettorale emanato dal Governo per salvare le liste Polverini etc.

Dico: ma siamo matti!
Con le elezioni già celebrate?

Soldi e tempo buttati: poi uno dice che Grillo...
14 aprile 2010
politica estera
varie da Fiamma Nirenstein
 

I nemici di Israele? Non la Chiesa, ma l’odio islamico e chi lo tollera; Interrogazione in Commissione esteri

 

Il Giornale, 13 aprile 2010

Non ci può essere un modo migliore di celebrare Yom ha Shoah, il giorno della Shoah, ricordato ieri in Israele con una serie infinita di memorie personali trasmesse senza sosta da radio e giornali, che guardando la realtà odierna negli occhi.
Realtà nuova e orribile, fotografata nell’ultimo lavoro del maggiore studioso dell’antisemitismo Robert Wistrich quando avverte: la realtà in cui viviamo può portare a una nuova Shoah. Ma attenzione: il pericolo nuovo contenuto nell’antisemitismo contemporaneo non è quello, per quanto ripugnante, delle parole del Vescovo Giacomo Babini. È vero: la Chiesa per gli ebrei è stata per secoli, persino per millenni non certo l’oggetto di un attacco da parte degli ebrei come «nemici naturali»; «deicidi» come lui li definisce, contro ogni decisione conciliare, ma, all’opposto, una vittima «naturale».

La Chiesa ha fatto una enorme fatica a uscire dalla condizione di nemica degli ebrei in quanto essi sono i fondatori del monoteismo, i genitori di Gesù Cristo: l’ansia di occupare il ruolo di «Verus Israel» al posto del giudaismo ne ha fatto i «nemici naturali» della Chiesa, che li ha perseguitati. Ciò è costato roghi, espulsioni, conversioni forzate. Ma nel tempo, e con grande accelerazione negli ultimi decenni, le cose sono cambiate, basta pensare all’azione di Giovanni Paolo II. Ma lasciamo ai cristiani di buona volontà ripercorrere quella strada per insegnare al loro fratello Babini dove affrettarsi per raggiungere Benedetto XVI in Sinagoga o Giovanni Paolo II davanti al Muro del Pianto. A loro anche darsi da fare per battere le sacche di stupidità cospirazionista antisemita che permane in alcuni ambienti europei. Se passiamo ai problemi davvero seri dell’antisemitismo odierno, essi non sono quelli posti da Babini.

Ieri, nel giorno della Shoah, in cui ogni cittadino israeliano si immobilizza mentre la sirena crea un legame fisico, fatto di vita vibrante, fra la gente per strada e le donne, gli uomini e i bambini uccisi dai nazisti, Shimon Peres, Benjamin Netanyahu e Nathan Sharansky hanno tenuto discorsi spietati, senza precedenti in cui si esponeva una presa di posizione nuova e terrificante: il popolo ebraico rischia di nuovo lo sterminio, e il mondo è cieco proprio come lo fu alla vigilia della Shoah. Il solito «never again» è una frase fatta, una medaglia auto conferita alla correttezza politica, l’attacco all’antisemitismo della Chiesa una medaglia al valore del proprio liberalismo antirazzista; come ha detto Peres, la verità è che «le orecchie dell’Onu sono state riempite da minacce di sterminio proferite da un Paese membro. Le armi di distruzione di massa sono nelle mani di chi ne è capace e intorno mille voci incoraggiano questa distruzione».

E Netanyahu, con una nuance politica ancora più preoccupante: «Siamo tes timoni di una nuova e antica fiammata di odio rinfocolata da organizzazioni e regimi estremisti islamici... Eppure a fronte delle continue chiamate a cancellare Israele dalla faccia della terra, vediamo al massimo morbide proteste, per altro sempre più tenui. Il mondo accetta le promesse di annichilimento dell’Iran, e non scorgiamo nessuna determinazione, nel mondo, a prevenire l’Iran dall’armarsi...».

Nuovi dati fanno da specchio alla situazione descritta ieri: nel 2009, il mondo ha visto il moltiplicarsi degli attacchi antisemiti fino a duemila in un anno. Nella civilissima Europa ragazze con la stella di David al collo o giovani con la kippà sono stati inseguiti per le strade. L’antisemitismo ha permesso il boicottaggio economico e la discriminazione nelle università. Il fenomeno si accentua durante la guerra di Israele in risposta ai missili di Hamas, nel 2009. In Inghilterra ci sono stati 374 attacchi antisemiti violenti contro i 112 del 2008, in Francia 195 c ontro 50. 566 incidenti di vandalismo hanno preso di mira proprietà ebraiche.

È facile notare che Inghilterra e Francia contano le comunità islamiche più grandi e organizzate. È difficile anche dimenticare che nella Svezia multiculturale il giornale Aftonbladet ha scritto che i soldati israeliani rubano gli organi dei palestinesi per venderli. A Malmo la squadra di tennis israeliana ha dovuto giocare a stadio vuoto mentre fuori la folla attaccava la polizia. In Turchia un serial televisivo ha fantasticato sulla crudeltà dei soldati israeliani tanto che persino le prigioniere palestinesi hanno protestato. Il Consiglio per i diritti umani, in cui l’Iran sta adesso cercando di fare il suo ingresso come membro, ha dedicato su 31 risoluzioni di condanna, 27 a Israele. L’aria del tempo è avvelenata.

L’antisemitismo, secondo tutti gli studiosi, oggi è direttamente legato all’antisionismo. Lo studioso Robert Wistrich è molto chiaro nel denunciare una situazione completamente nuova: «Il mondo ha goduto di una vacanza per un certo periodo, a seguito della Shoah. Forse questa è la prima volta che un pericolo esistenziale basilare emana specialmente dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dall’incitamento alla completa distruzione degli ebrei che risuona ogni giorno sui media, in moschea, nelle piazze. Ma colpisce più di tutto che 64 anni dopo Auschwitz l’antisemitismo sia di nuovo circondato dalle stessa indifferenza che rese possibile la Shoah».


Presentata interrogazione contro l'ingresso dell'Iran nel Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu

Iran, Nirenstein: No a ingresso in Consiglio diritti umani Onu

Roma, 13 APR (Il Velino) - "Il 13 maggio verra' rinnovato il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu con sede a Ginevra, che eleggera' 14 nuovi membri su 47 per un mandato di tre anni. L'Iran ha presentato la sua candidatura ed e' una beffa al mondo intero, dato che viola senza sosta tutti i diritti umani applicando carcere, tortura e pena di morte ai dissidenti, agli omosessuali, alle donne. E' dovere dell'Italia opporsi all'eventualita' che, come sembra realistico date le dinamiche politiche del Consiglio, l'Iran entri a far parte di questa istituzione". Lo dichiara in una nota Fiamma Nirenstein, esponente del Pdl e vicepresidente della commissione Esteri della Camera. "Ho quindi presentato un'interrogazione al Ministro degli Esteri per essere rassicurata sull'opposizione italiana a questo paradosso.
L'Iran - prosegue - cerca di entrare nel Consiglio per essere legittimata nella sua politica di continua aggressivita' corroborata dall'incremento delle sue pericolose strutture a tomiche, mentre propaganda e minaccia il genocidio". "Fa specie che esista una possibilita', come purtroppo potrebbe profilarsi, che l'Onu possa non solo restare indifferente a tale assurdita' - osserva Nirenstein -, ma persino includerla in uno dei suoi piu' importanti organismi, che per giunta nel proprio regolamento stabilisce che 'al momento dell'elezione, gli Stati membri devono prendere in considerazione il contributo dei candidati alla promozione e protezione dei diritti umani e il loro impegno in tale senso'".


Interrogazione a risposta in Commissione Esteri n. 5-02731
presentata da Fiamma Nirenstein, "Sulla candidatura dell'Iran al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite"


Al Ministro degli Affari Esteri

Premesso che

L’Iran ha presentato la propria candidatura per ottenere un seggio triennale presso il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu a Ginevra;

Considerata l’imminenza dell’elezione dei nuovi membri, prevista per il 13 maggio;

Dato che il Consiglio per i Diritti Umani viene sovente orientato nelle sue scelte da maggioranze automatiche troppo spesso determinate da convinzioni antioccidentali;

Considerato che il Ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha preannunciato la contrarierà del suo paese all’ingresso dell’Iran presso tale organismo e ha chiesto ai colleghi europei di mobilitarsi contro la candidatura iraniana, che risulta ogni giorni più forte;

per sapere

se e come l’Italia, seguendo la propria tradizione di difesa dei valori della liberà e tenendo conto delle continue violazioni di diritti umani perpetrate dall'Iran in particolare nei confronti di oppositori politici, omosessuali e donne, intenda opporsi a questa eventualità.

8 aprile 2010




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13 aprile 2010
politica estera
varie da Fiamma Nirenstein
 

Così l’America si mostra debole // La tragedia polacca, fatale e spietata

 
La tragedia polacca ha qualcosa di fatale e spietato. Il fatto che sia accaduta proprio sulla strada della commemorazione di un'altra orrida tragedia, quella di Katyn, rafforza l'idea che la storia tenga sempre il fiato sul collo su questo Paese, la Polonia, alla ricerca della sua strada nella democrazia. Non è mai facile per la Polonia: il ricordo della felicità dei giorni di Lech Walesa si è più volte annebbiato nella preoccupazione che la strada sia sempre stata in parte ostruita dalla forza del grande vicino russo... E adesso poi, tutte quelle candele e quei fiori sulle strade di Varsavia, una città che desidera strenuamente divenire una metropoli moderna nel mondo liberale e democratico, sono una ragione di profondo sconcerto per tutto il mondo libero. In onore della Polonia ho ascoltato Chopin tutto il giorno, così determinato e disperato.

                   

Il Giornale, 10 aprile 2010

Che cosa commenta meglio la gigantesca ondata di cambiamento strategico cui Obama sta sottoponendo il mondo intero ispirandosi alla cultura del disarmo ricevuta con gratitudine e dedizione alla Columbia university? Fra le tante parole dette e scritte, il paradosso è che colpiscano (alla rovescia, si capisce) le parole di Ahmadinejad, presidente iraniano, che nella sua orrida aggressività, commentando l’annuncio della nuova strategia nucleare di Obama annunciata martedì, gli ha lanciato, mentre peraltro lo minacciava di rompergli i denti, un avvertimento: «Mr Obama - gli ha detto - sei nuovo in politica. Aspetta finché il sudore si asciuga e fai esperienza». Di certo il primo ministro iraniano cercava di spaventare Obama sull’ipotesi di nuove sanzioni ma, d’altra parte, la politica di Obama si sbraccia verso un premio Nobel che ha già ricevuto. L’elemento iraniano, cioè l’idea che le scelte di Obama foss ero dirette soprattutto a creare una coalizione con Russia e Cina per affrontarlo, non è che un aspetto minore di un piano rivoluzionario che conta in questi giorni tappe fondamentali verso la sovversione del ruolo americano nel mondo.

Martedì c’è stata la Nuclear Posture Review che stabiliva i limiti dell’uso americano dell’arma nucleare. Poi è venuto il trattato New Start, che riduce l’arsenale americano del 30 per cento. E ora 47 capi di Stato andranno la prossima settimana a Washington per un grande summit sulla sicurezza nucleare. Sulla stessa scia, avrà luogo la conferenza delle Nazioni Unite sul Trattato di non proliferazione (Npt), del cui uso deterrente Obama è un fervente sostenitore, come ha già dichiarato al New York Times, vantandosi di come gli Usa siano uno Stato osservante dell’Npt e di come invece l’Iran e la Corea del Nord si dovranno accorgere, loro che non se ne curano, che la politica di isolamento in cui si sono cacciati da soli li port erà ad arrendersi.

È un’analisi molto ottimista. Nicolas Sarkozy per esempio non la vede così e per lui, come disse in risposta a Obama che aveva descritto il suo sogno di un mondo denuclearizzato, «viviamo in un mondo reale» e in questo mondo reale Corea del Nord e Iran rappresentano semplicemente non una variabile dipendente della politica di disarmo nucleare ma «due crisi nucleari di prima grandezza». Ed ecco fatto: Ahmadinejad ha annunciato proprio ieri che sta entrando in funzione una terza generazione di generatori atomici che produrranno arricchimento dieci volte maggiore di quello corrente. È logico che risponda così, e lo dice tutto il precedente comportamento in cui il suo unico sforzo è stato quello di aumentare gli sforzi di produzione nucleare, mentre Obama parlava, minacciava...

Obama adesso ha promesso che non userà bombe atomiche contro Stati non nucleari che si comportano secondo l’Npt, anche se useranno armi chimiche o biologiche. I ntanto, come osserva Claude Rossett su Forbes, è una spinta non piccola alla già potente produzione di armi, ormai orribili e potenti, di questo tipo; e poi alcuni Paesi come l’Iran, la Siria, la Corea del Nord, la Libia, non si sentiranno impaurite dal richiamo all’Npt; non se ne curano: la differenza è tutta fra chi è disponibile a usare la bomba atomica, e chi invece non lo è. Lo sono gli Stati canaglia che se ne fregano del valore della vita, della loro stessa popolazione, dell’eventualità della distruzione di un mondo cui essi non riconoscono valore se non nella prospettiva religiosa che ammette la strage di chi intralcia supposti programmi divini.

Invece non lo sono i Paesi dediti alla prosperità e alla libertà, che amano la vita e i loro popoli, come gli Usa, Israele, i Paesi democratici. L’impegno di Obama non difende il mondo libero e intelligente, non ferma la proliferazione. Il Giappone, Taiwan, il Canada, la Corea del Sud non hanno voluto il nuclear e perché si sono fidati dell’America. E ora? E in genere l’Npt non è mai stato un certificato: India e Pakistan ne sono fuori, e così Israele, la Corea del Nord invece è uscita ed entrata senza che questo avesse nessun effetto sul suo programma, l’Iran è membro del trattato!

Veniamo allo Start Due: alla cerimonia di Praga si respirava un’aria antica, si festeggiava la fine della Guerra Fredda che non esiste più. Intanto passava di moda, silenziosamente, l’era della fiducia nel nuovo est europeo che, ancora impaurito dalla forza russa cerca l’ala delle democrazie americana e europea. E’ quello Ceco, quello Georgiano, quello Polacco: una necessità per l’equilibrio mondiale e per la decenza di chi crede nella democrazia. L’abbraccio con i russi proprio a Praga, città dalla tragica memoria storica del comunismo, parlava di una svolta di Obama dai temi della democrazia occidentale che può stimolare appetiti incontrollabili. Il tema dei diritti umani non ?? mai stato così lontano dall’Est europeo, quanto invece fu vicino quando George Bush, nel giugno 2007, venne ad incontrarvi i dissidenti di tutto il mondo in una conferenza e li trattò, ne ho memoria personale, come membri della sua famiglia. Obama ha ignorato che il suo nuovo rapporto con la Russia agita molto i vicini sul tema della libertà. Non è passato molto tempo da quando Bush cancellò, al tempo della guerra in Georgia, un accordo per il nucleare civile in protesta contro i carri armati russi.

Infine, la settimana prossima avrà luogo la discussione americana sulla sicurezza dal nucleare: Bibi Netanyahu ha annunciato che manderà il suo vice Dan Meridor per non dare soddisfazione all’agguato che gli preparano Turchia e Egitto per volgere tutta l’attenzione invece che sul rischio nucleare proveniente dai Paesi canaglia e dalle organizzazioni terroristiche sulla strada di procurarsi le famose “bombe sporche”, sul supposto pericolo atomico che Israele comporta. Ma Israele comporta un pericolo proprio come gli USA di oggi, che dopo Nagasaki si sono guardati bene dal fare uso dell’atomica in Vietnam, o in Iraq, in Afghanistan… Israele è stato salvato dalla deterrenza atomica, ma è chiaro che non ci pensa nemmeno a farne un uso aggressivo. Ci sono invece Paesi che possono usare l’atomica e molti di loro stanno provando o intendono provare a costruirla. E questo è il problema, non quello di apparire molto buoni. 




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13 aprile 2010
CULTURA
Banalizzazione della Shoah
CORRIERE della SERA del 12/04/2010

"Quegli stolti paragoni con la Shoah"

Pierluigi Battista

L'onorevole Gianfranco Micciché coltivi pure la lingua di Sicilia, che è
bellissima. Faccia pure il partito del Sud, che (gli) sarà utilissimo. Ma la
prossima volta eviti di paragonare la sua fazione politica agli ebrei in
Germania « chi foru chiddi ca ristaru dra » (che furono quelli che restarono
là»). Risparmiandosi comparazioni così sconclusionate, si sottrarrebbe
all'aura di ridicolo che simili analogie inevitabilmente generano. E non
renderebbe omaggio al nuovo tic che sembra contagiare tante persone, brave o
non brave, prese dall'ansia di denunciare qualche innominabile torto subìto:
presentarsi come la reincarnazione del nuovo «ebreo perseguitato».

Come Padre Cantalamessa, che per rintuzzare la campagna internazionale sulla
Chiesa e i sacerdoti pedofili, si fabbrica a suo piacimento un immaginario
(e si suppone inesistente) «amico ebreo» per rendere credibile il paragone
tra la Shoah e gli attacchi anticattolici di questi giorni. Un infortunio.
Ma anche un modo di dire diventato frusto, logoro. Che qualche volta fa male
e offende, come José Saramago, insignito del Nobel, che parla di Gaza nuova
Auschwitz, riecheggiando le legioni di detrattori di Israele cui piace
irresistibilmente spacciare solenni sciocchezze come fossero pensieri
profondi e impegnativi: tipo «le vittime che diventano i nuovi carnefici»,
da pronunciare possibilmente con aria ispirata e ieratica. Qualche volta è
dettato da furori politici poco sorvegliati. Come quando, torcendo la storia
come fosse un docile elastico, si stabilisce un'equiparazione tra le attuali
(ovviamente discutibili) leggi anti-immigrati e le leggi razziali che furono
l'antefatto della «soluzione finale». Qualche volta, è il caso di Micciché,
prende forma per motivi futili. Un presentarsi come i «nuovi ebrei» che
sollecitò la fantasia di qualche socialista durante Tangentopoli, di qualche
juventino durante Calciopoli (uno), di Marco Pannella con indosso la stella
gialla della discriminazione per aver patito qualche angheria da par
condicio violata.

Giorgio Israel ha proposto una moratoria, per smetterla di appellarsi con
tanta faciloneria all'Olocausto. C'è da dubitare che la proposta abbia il
meritato successo. La banalizzazione della Shoah sembra oramai
irresistibile. E' andata smarrendosi non solo la sua incomparabile
specificità, ma il suo stesso significato, la sua stessa smisuratezza. È un
cambio di prospettiva che altera la percezione storica e annulla ogni
possibile articolazione delle tante offese subite dall'umanità. Una
banalizzazione che paradossalmente segue la sua precedente sacralizzazione.
Un oltraggio alla memoria storica più pericolosa ancora di ogni
negazionismo, perché vanifica ogni parvenza di serietà per trasformarsi nel
più micidiale dei luoghi comuni. Che elegge a interlocutore il fantasma di
un «amico ebreo» per non pensare agli «amici ebrei». Quelli veri, muti di
fronte al più stolto dei paragoni.

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22 marzo 2010
arte
Il Cav. come Adolfo e le mercedes
Caro blogger,
mi hai provocato, quindi Ti scodello questa, ma mandala Tu a Ferrara.
Ciao, Pietro del Gizio
ps il Tuo amico Castaldi mi ha preso un po' per i fondelli: mi aveva promesso di dedicarsi
ogni tanto a Tonino e Marco (Travaglio), ma sul suo blog (anche malvino 2) nisba, tranne una frecciatina a Gigineddu Flop: un po' pochino, non trovi?


Al direttore - L'ultima dell'Eroe fa sganasciare. Il Cav. è come Adolfo (Hitler) nel bunker. Mi sa che della storia tedesca, sebbene l'Eroe per qualche anno (?) ha vissuto in Germania Ovest, conosce solo le Mercedes, peraltro l'automobile preferita dal Fuhrer.
 
Saluti.

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22 marzo 2010
televisione
Il Cav. come Adolfo nel bunker
Chi poteva dire una fregnaccia del genere?

Se non Tonino, che della storia tedesca, benchè nella RFT ci visse da emigrato, conosce bene solo le Mercedes?

Adolf nel bunker...

Povera Italia!
22 marzo 2010
TECNOLOGIE
Dal 17 marzo il blogger Luigi Castaldi...


 
Sicchè per doglianze nei confronti del server/piattaforma/blog Il Cannocchiale, il blogger e amico Luigi Castaldi - MALVINO - ci abbandona per continuare a bloggare sulla piattaforma BLOGSPOT:

www.malvinodue.blogspot.com


Auguri allora.
GN

più tardi aggiornamento del link


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16 marzo 2010
Intercettazioni... Tonino & l'ing. De Benedetti
Intercettazioni telefoniche De Benedetti – Di Pietro….

Alcune inquietanti intercettazioni telefoniche ribadiscono con l'ex magistrato persegua un suo personale progetto, e come in questa fase spregiudicatamente giochi a tutto campo.
Leggiamo la prima intercettazione attraverso la ricostruzione del Corriere della Sera
(13 gennaio 1996):


Di Pietro descrive a Veltri (oggi ex amico) un incontro all'inizio di dicembre con Corrado Passera, amministratore delegato dell'Olivetti (oggi Ad Banca Intesa), e suggerisce di non dire nulla: "Occorre tenerlo molto coperto dal punto di vista strategico, perché corriamo il rischio di farci etichettare o ricattare"...

Di Pietro raccomanda a Veltri: In questo momento lo teniamo coperto a Corrado, lui Corrado non deve mai partecipare a niente..

Siccome gliel'ho detto papale papale gli dici: "Antonio mi ha detto che è opportuno che tu non partecipi e sei soltanto un consigliere occulto e basta".
Ed ecco il colloquio, antecedente a quello con Passera, che Di Pietro ebbe direttamente con il vertice Olivetti, cioè con Carlo De Benedetti :

Di Pietro: "Pronto?".
De Benedetti: "Dottor Di Pietro
DP: sì….
D.B:Non…. l’ho svegliata?
D.P.: NO... assolutamente, come va innanzitutto?
D.B.: Sono Carlo De Benedetti, bene".
D.P.: sì... l'avevo riconosciuta benissimo, come va.. che piacere sentirla….
D.B.: "Bene, bene... anch'io",
D.P,: "Noi, a questo punto, ) ho capito che abbiamo tanti amici in comune(risata)".
D.B.: "Eh, ne abbiamo tanti, sicuro".
D.P.: Tanti amici comuni, con cui lavoriamo bene insieme….
D.B.: "Bene... e Prodi è uno di questi, no??…..
D.P,: "Prodi è uno di questi, sì, in questo momento, pensi, sono d’avanti al computer".
D.B.: "Sì".
D.P.: "Eh, sto scrivendo un'affettuosa lettera di... e... attenzione verso……Prodi, che credo farò con Scalfari pubblicamente, perché lui più volte mi sta tirando in ballo in questi giorni e voglio raccomandargli discrezione e serenità, ma lo faccio in modo molto cordiale.

D.B.: "Si, ma quando... ehm... il suo progetto va avanti?".
D.P.: "il nostro progetto... il nostro, eh sì, il mio progetto va avanti,sta, stiamo lavorando... ma quando avremo modo di parlarne, poi gliene...preferisco parlargliene, a voce".
D.B.: "Con grande piacere".
D.P.: "Sì".
D.B.: "Quando lei vuole, io, ho piacere anch'io...".
D.P.: "Sì".
D.B.: "Di... qualche, anche perché secondo me ci vuole un'accelerazione dei tempi
D.P.: "Credo che ci sia un'accelerazione in tanti sensi, devo dire che anche noi stiamo facendo parecchio, anche poi... grazie ad amici comuni, insomma ecco....
D.B.: "Uhm... uhm... senta una cosa, poi ne parliamo perché mi interessa anche sapere la sua idea... su questa pseudo o finta entrata di Romiti".
D.P.: "Eh... non lo so se poi è pseudo o se è finta (risata)... credo che sia una variabile... anch'io ci sto riflettendo... Eh... per certi versi interessante, per certi versi uhm.. come si può dire... uhm".
D.B.: "Conturbante".
D.P.: "Conturbante... conturbante (risata), perché credo di capire dove vuole andare a virare".
D.B.: "Mah... le dirò... io penso che tutto qu... io mi son sempre stato... molto convinto di quello che una volta anche lei mi ha detto, e cioè che bisogna evitare il partito-azienda, ora questo...
D.P.: "Eh... sì".
D.B.: "Quello di Berlusconi è una cosa del tutto anomala, però... in fondo, io trovo che tutte le invasioni di campo..
D.P.: "Mah... quello... che partito-azienda, è azienda potere, quindi... (risata)
D.B.: "Quindi è una cosa diversa infatti".
D.P.: "Ancora un po' più... più".
D.B.: "Al peggio, in quanto...".
D.P.: "Que... qui siamo...".
D.B.: "Senta, quando lei ha un momento mi telefoni che ci vediamo settima... settimana prossima senz’altro, me ne farò carico".
D.P.: "Grazie dottore".
D.B.: "Grazie a lei, arrivederci..



Benedetti Di Pietro Prodi Scalfari…… tutti “carissimi” amici…..
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8 marzo 2010
politica estera
varie da Fiamma Nirenstein
 

Apartheid week: la malafede dei professori anti-Israele

 

Il Giornale, 7 marzo 2010

La apartheid week contro Israele che si sta concludendo in troppi campus in giro per il mondo, comprese, che peccato, le università di Firenze, Pisa, Milano (mentre la Sapienza di Roma con un bel colpo di reni ha siglato un accordo con l’Università di Tel Aviv), è uno degli eventi più intellettualmente ripugnanti mai concepiti. È il sesto anno che professori e allievi estremisti mobilitano gli atenei sul tema «Israele stato di apartheid»: non sono tanti, ma l’impatto delle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele sono come il suono del campanello per il cane di Pavlov, e la risposta allo stimolo è la criminalizzazione e la delegittimazione dello Stato ebraico.

Così come il mondo distrusse l’indegno regime sudafricano di apartheid, suggerisce la settimana, altrettanto deve fare con Israele. Uno Stato accusato di discriminare pe r motivo etnico, razziale, religioso i suoi cittadini deve sparire, pensa il mondo attuale. E la «settimana» non ha nel mirino il razzismo nei suoi tanti aspetti e latitudini: è uno Stato nella sua specificità che è preso di mira, e il velenoso paragone con il Sudafrica dell’apartheid, sparito per la pressione internazionale, suggerisce l’indegnità di Israele a esistere.

Questa costruzione è basata su due colonne: su una bufala, ovvero una serqua di bugie; e sulla disinformazione veterocomunista già affondata dalla storia.
La bufala sta nella paragone con Pretoria: «Sotto la sezione 37 della spiaggia di Durban questa zona balneare è riservata ai soli membri del gruppo della razza bianca». Così si legge in inglese e in afrikaner su un cartello del tempo dell’apartheid posto su una spiaggia. Cartelli analoghi erano ovunque e diffidavano i neri, i «coloured» e anche gli asiatici da sedersi con i bianchi agli eventi sportivi, sugli autobus, sui treni, a us are le stesse toilette e gli stessi ristoranti, per non parlare degli ospedali e delle scuole. Le Chiese erano multirazziali. Molti altri cartelli con il teschio minacciavano di morte i neri che varcassero determinate barriere. Era impensabile che i bianchi e i neri condividessero le istituzioni.

Tutto il contrario in Israele: ogni e qualsiasi istituzione è multietnica e multi religiosa, le teorie e le discriminazioni razziste sono proibite per legge, negli ospedali le donne arabe e le ebree partoriscono letto a letto, curate da personale arabo ed ebreo; da tutto il mondo arabo vengono bambini e pazienti in genere a farsi curare, accolti amorevolmente; all’università gli studenti arabi e ebrei studiano insieme e anche professori arabi, talora molto aggressivi verso il sionismo, insegnano con gli ebrei e agli ebrei mentre sono tradotti libri arabi di ogni tipo; alla Knesset, il Parlamento israeliano, e al governo siedono cittadini arabi che levano (sempre!) il loro dissenso , senza temere, unici arabi in medio oriente, che qualcuno li aspetti sotto casa per punirli.

Il Bagaz, l’Alta Corte, è una sponda totalmente affidabile per tutti: ha appena legiferato che la strada 443, lungo la quale sono avvenuti attacchi contro automobili di ebrei, dopo una chiusura di sicurezza temporanea, venga ora riaperta per motivi di eguaglianza di fronte alla legge, a tutti i veicoli anche se il prezzo può essere la vita di famiglie solo ebree. Qualsiasi arabo, ma anche un ebreo etiope, troverà giustizia di fronte alle discriminazioni razziali se si rivolgerà all’autorità israeliana, perché la legge proibisce la discriminazione.

Quelli che proclamano la settimana dell’apartheid sono in totale mala fede. Quando citano il «Muro», che poi è un recinto, sanno benissimo che quella barriera ha fatto diminuire il terrorismo del 98 per cento; sanno che le difficoltà di movimento non hanno a che fare con pregiudizi razziali, ma con evidenti motivi di s icurezza. Sanno anche che invece cristiani ed ebrei nel mondo arabo, ma non soltanto, anche le donne e gli omosessuali, sono segregati e perseguitati a morte per motivi ideologici.

E adesso un briciolo di storia: l’accusa di apartheid affonda nel totalitarismo comunista. Lo storico Robert Wistrich dimostra nel suo «A lethal obsession» che dopo la guerra dei Sei giorni Mosca decise che assimilare Gerusalemme a Pretoria avrebbe distrutto la fama liberale di Israele presso i Paesi occidentali e anche gli Stati africani che avevano fiducia in Israele. I trotzkisti (fra loro, ohimè, parecchi ebrei) divennero fra i più ferventi propagatori della mitologia sionismo eguale razzismo, che poi si trasformò in una risoluzione delle Nazioni Unite.

In una parola, trasformare il sionismo in un’ideologia disumana conquistando a questo scopo gli intellettuali (il generale Jap lo suggerì personalmente a Yasser Arafat) era la strada per convincere che un Paese nato su tali disgu stose premesse non può che essere smantellato. Anche la violenza terrorista, dunque, può, deve essere perdonata. E siamo sicurissimi che i generosi professori e studenti promotori della settimana dell’apartheid la perdonano, e del colpo alla nuca in Cina, dello sterminio in Sudan, degli impiccati in Iran, delle donne segregate in tanti Paesi islamici, se ne impipano. Però, sono contro l’apartheid in Israele. Che non esiste.

                                                    Mediorientale

Venerdì 5 marzo 2010

ASCOLTA LA REGISTRAZIONE DELLA PUNTATA DI QUESTA SETTIMANA


Sintesi degli argomenti:

Si torna ai colloqui indiretti tra Israeliani e Palestinesi, con l'intermediazione americana. Non si sa ancora dove avranno luogo.

Sul fronte interno israeliano: si stanno ridistribuendo le maschere antigas. Corruzione: nuova inchiesta su Lieberman.

Previsto sabato l'arrivo dell'inviato americano in Medioriente, George Mitchell, insieme al Vicepresidente Joe Biden, che farà un discorso stile Obama al Cairo. Perché lui e non Obama stesso, ci si chiede in Israele?
Nei giorni scorsi al Cairo Abu Mazen è stato convinto dai paesi della lega Araba ad accettare queste trattative, nonostante il freezing parziale nella costruzione nei territori.
La reazione di Hamas: il ritorno a questi colloqui è una perdita di tempo e r appresenta una ulteriore rottura con Abu Mazen.

Damasco: la settimana scorsa summit tra Ahmadinejad, Bashar Assad, Hassan Nasrallah (il capo di Hezbollah che non si muove quasi mai dal suo bunker per la paura di attentati) e Khaled Meshal, il leader di Hamas residente appunto in Siria.
Ahmadinejad si è recato in visita in Siria a pochi giorni dall'insediamento del nuovo ambasciatore americano, che gli USA avevano deciso di ritirare nel 2005, a seguito dell'assassinio dell'allora premier libanese Rafik Hariri (per cui è indicato dagli inquirenti il coinvolgimento di vertici militari e politici siriani).

Nell'incontro forti attacchi non solo a Israele, ma anche agli USA stessi. La riunione poi è continuata a Teheran dopo due giorni e sembra che si siano portati in tavola intenti bellici non troppo velati, con la crazione di nuovi focolai di guerra tra Hezbollah e Israele per creare un diversivo all'attenzione mondiale sul nucleare iraniano.

Fra ttura interna a Hamas: uccisione di Mahbouh a Dubai. Il ruolo di Mossab Hassan Yousef, figlio di uno dei fondatori di Hamas, convertito al Cristianesimo e collaboratore per anni con i servizi segreti israeliani. Nonché il ruolo di due palestinesi di Gaza, dipendenti di una impresa edile di Dahlan, con precedenti nei servizi segreti di Fatah, arrestati dalla Giordania nei giorni scorsi.

Mahmoud Al-Zahar, ex ministro degli esteri di Hamas, ha dato le dimissioni dal gruppo che trattava lo scambio tra Ghilad Shalit e i prigionieri palestinesi. Anche il mediatore palestinese ha abbandonato. Sembra che Zahar e Hanyie non ne possano più della gestione di Khaled Meshal da Damasco.

Turchia:  La commissione esteri della Camera americana (con 23 voti vs 22) ha deliberato di denominare ufficialmente "genocidio" l'eccidio di un milione e mezzo di Armeni durante la prima guerra mondi ale, facendo andare su tutte le furie la Turchia, che ha richiamato l'ambasciatore in patria.


Secondo gli studi della Freedom House, 15 su 18 paesi arabi sono migliorati sul fronte del suffragio e dell'alfabetizzazione delle donne. In particolare per quanto riguarda Kuwait, Algeria e Giordania. Ma a un certo miglioramento dei diritti civili, tuttavia ancora non corrisponde un'emancipazione della donna nell'ambito domestico e familiare. La Tunisia e la Giordania sono gli unici che offrono una legislazione contro la violenza domestica.

La settimana contro l'apartheid di Israele che si sta celebrando in questi giorni in molte università del mondo e in 4 italiane.




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5 marzo 2010
spettacoli
Una settimana contro Israele
"Si apre la settimana universitaria contro Israele. L’Italia svetta in Europa".
di Giulio Meotti

(Il Foglio 2 marzo)

Roma. E’ l’Italia il paese europeo con il più alto numero di università che da ieri celebrano la “Settimana contro l’Apartheid d’Israele”. Un evento internazionale che coinvolge decine di capitali. Le aule delle università di Roma, Pisa e Bologna ospiteranno a diverso titolo il boicottaggio dello stato ebraico. Proprio a Pisa, cinque anni fa, il diplomatico israeliano Shai Cohen fu cacciato dalla facoltà di Scienze politiche al grido di “Israele non ha diritto di esistere”, “il popolo ebraico non esiste: è un’invenzione dell’occidente”, e “le vostre cose andatevele a fare in sinagoga”. Nella stessa facoltà di Scienze politiche oggi si spiega come portare avanti “Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni su Israele”. Prima vittima: la Carmel-Agrexco, “principale esportatore di prodotti agricoli dalle colonie israeliane illegali nei territori occupati”. Il boicottaggio d’Israele è celebrato all’insegna della lotta “contro l’ideologia razzista del sionismo”. Una sentenza della Corte europea di giustizia è appena andata a rafforzare il boicottaggio. I prodotti degli insediamenti ebraici nei Territori contesi dal 1967 non potranno essere etichettati come “israeliani”. La decisione della Corte europea implica che i beni provenienti dai centoventi insediamenti non potranno godere dell’accesso privilegiato al mercato dell’Unione europea garantito alle merci israeliane. Il verdetto della Corte, cui sono obbligati ad attenersi gli stati membri dell’Unione europea, arriva dopo che le autorità doganali di Berlino hanno negato l’esenzione dai dazi alla Brita, azienda tedesca che importa dalla Soda club, una compagnia israeliana che produce gasatori, bottiglie e accessori nella colonia di Ma’aleh Adumim. Dopo gli Stati Uniti, l’Europa rappresenta per Israele il secondo mercato d’esportazione, fra prodotti ortofrutticoli, cosmetici e alta tecnologia, un terzo dei quali arrivano dagli insediamenti oltre la Linea verde. A Pisa interverranno celebri accademici come Danilo Zolo dell’Università di Firenze, Giorgio Forti dell’Università di Milano, che è anche promotore della “Rete Ebrei contro l’Occupazione”, e il fisico fiorentino Angelo Baracca. Molte le organizzazioni pacifiste che hanno promosso l’evento, come l’Associazione per la Pace, il Centro Gandhi. Ma ci sono anche i Cobas ed Emergency. A chiedere il boicottaggio delle merci ebraiche sono stati anche oltre cento soci della Coop. All’Università La Sapienza di Roma parlerà Naji Owda, del centro culturale Al Feneiq, sorto nel campo profughi di Dheisheh. L’appuntamento è organizzato alla facoltà di Studi orientali del primo ateneo romano. A Bologna interverranno docenti universitari come gli storici Sandro Mezzadra e Diana Carminati dell’Università di Torino. Quando fu lanciata, nel 2005, la settimana contro Israele vide protagonista soltanto Toronto, poi si aggiunsero Montreal e Oxford, seguì New York, altre diciotto capitali nel 2008 e nel 2009 si arriva a ventisette. Quest’anno sono quaranta le capitali internazionali nelle cui università si cercherà di potenziare il boicottaggio d’Israele. Città dalle facoltà prestigiose come Amsterdam, Boston, Chicago, Londra, Montreal e Oxford. Lezioni academiche, visioni cinematografiche, mostre artistiche, forum politici, manuali per il boicottaggio, è questo il programma della settimana antisraeliana. Non mancheranno però noti intellettuali israeliani: l’economista Shir Hever, il regista Shai Carmeli-Pollak, l’antropologo Jeff Halper. Si lanceranno appelli perché vada deserto l’International Student Film Festival previsto a Tel Aviv questo giugno. Intanto Israele protesta con il governo spagnolo per un’iniziativa del ministero dell’Istruzione madrileno. Alcuni giorni fa l’ambasciata d’Israele a Madrid ha ricevuto centinaia di lettere di studenti spagnoli di dieci anni, nelle quali i bambini hanno scritto all’ambasciatore israeliano frasi come: “Quanti bambini palestinesi hai ucciso oggi?” o “smettete di uccidere per denaro”. A Barcellona in questi giorni si apre la prima sessione del redivivo Russell Tribunal on Palestine (dal nome del noto filosofo), che dopo gli americani in Vietnam oggi vuole trascinare in giudizio gli israeliani. Nell’iniziativa sono coinvolti premi Nobel come l’irlandese Mairead Corrigan Maguire, alti giudici spagnoli, ex deputati americani e il magistrato Juan Guzmàn Tapia, passato alla storia per l’incriminazione di Pinochet. Negli anni Sessanta il tribunale Russell fu presieduto da Jean-Paul Sartre, Lelio Basso e Simone de Beauvoir, oggi nel suo comitato ci sono l’ex segretario dell’Onu Boutros-Ghali, Noam Chomsky e il Nobel José Saramago.


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5 marzo 2010
politica estera
Dubai, Hamas, Mossad
Sole 24 Ore - 3 marzo 2010

Emanuele Ottolenghi
"Difendere il Mossad per difendere Israele".

La santimonia di quei censori d'Israele che si ergono a proteggerlo da se stesso raramente brilla d'onestà intellettuale. S'agghindano da amico preoccupato e lanciano strali pieni di livore mascherati da buoni consigli. Ma alla fine non riescono a celare il rancore. È il caso di David Gardner (Financial Times e Il Sole 24 Ore di sabato scorso).
Affidandosi a letteratura faziosa e spesso fantasiosa quali gli scritti di Avi Shlaim- lo storico di Oxford malato della stessa propensione alle filippiche contro Israele con l'aggravante di una parallela riluttanza a criticare le tirannie arabe di cui ha passato la vita a fare apologia - Gardner usa la scusa dell'assassinio a Dubai del terrorista di Hamas Mahmoud alMabhou per ricordare al lettore tutti i fallimenti del Mossad e per offrire un messaggio politico neanche troppo velato - i servizi farebbero meglio a far di punto, altrimenti tali avventatezze producono imbarazzi o peggio, veri e propri disastri politici.
In proposito Gardner cita la fantasiosa proposta di tregua trentennale che Hamas avrebbe offerto a Israele via re Hussein nel 1997 e che il fallito assassinio di Khaled Mashal avrebbe fatto naufragare. Ma la proposta non ci fu mai davvero. Solo la sicofantica adulazione di Shlaim nei confronti di un re sanguinario (per salvare trono e regno Hussein sterminò decine di migliaia di palestinesi durante Settembre Nero nel 1970) e la scarsa propensione alla verifica dei fatti da parte di chi cerca scuse per denigrare Israele permette una simile panzana.
Primo, la storia nota di ogni servizio segreto ( una professione che si fonda spesso sulla violazione delle leggi di altri paesi) abbonda di fallimenti: i successi sono più spesso tenuti segreti e solo più tardie solo in parte resi noti. Pensiamo soltanto alla guerra in Iraq o alla rivoluzione in Iran, la prima avvenuta grazie a informazioni sbagliate, la seconda avvenuta perché non anticipata dai servizi. Posto che Gardner abbia ragione, il Mossad è in buona compagnia.
Secondo, anche ammettendo che sia stato Israele a ordinare l'assassinio di alMabhou- e alcuni dettagli della storia sollevano qualche dubbio- cosa ci si aspettava? Immaginiamoci la scena. Immigrazione di Dubai agli assassini israeliani: «Nazionalita?». «Israeliano!». «Professione? ». «Agente del Mossad!». «Scopo della visita?». «Assassinio di un terrorista di Hamas!». «Benvenuto a Dubai!».
Terzo, l'operazione è stata un successo. Il terrorista è morto e la squadra inviata per terminarlo è rientrata alla base sana e salva. Secondo la polizia di Dubai due sono fuggiti a bordo di un motoscafo in Iran, noto rifugio del Mossad.
Quarto, le operazioni di cui alMabhou era responsabile hanno subito un colpo: la penetrazione del network che ha portato alla sua morte ora lo condanna all'inerzia fino alla scoperta di chi ha tradito.
Quinto, alMabhou era un assassino e un criminale - che Dubai proteggeva insieme ai suoi contatti e alle sue operazioni finanziarie. Quando si degneranno Gardner e gli altri censori di fare la morale a questo amorale e dispotico principato?
E sesto, a un Israele cui si rinfaccia l'uso eccessivo della forza nel reagire agli attacchi dei suoi nemici - vedi Operazione Piombo Fuso su Gaza - si dovrebbe applaudire, non deprecare di aver preso a cuore tale critica e questa volta di aver eliminato una minaccia senza danno collaterale alcuno.
Il prematuro ricongiungimento di alMabhou con le vergini celesti non dovrebbe dunque causare siffatti rimbrotti salvo che in universo morale ribaltato.

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4 marzo 2010
politica estera
Per battere Osama usiamo Ataturk
Per battere Osama usiamo Ataturk

di Daniel Pipes
Liberal
4 marzo 2010

L'arresto e la messa in stato d'accusa di alti vertici militari in Turchia la scorsa settimana ha fatto potenzialmente precipitare la più grave crisi mai verificatasi da quando Ataturk ha fondato la repubblica nel 1923. Le settimane a venire probabilmente mostreranno se il Paese continuerà la sua scivolata verso l'islamismo o tornerà al suo tradizionale secolarismo. L'epilogo avrà dappertutto importanti conseguenze per i musulmani. L'esercito turco rappresenta da tempo sia l'istituzione più fidata dello Stato che il garante del retaggio di Ataturk, specie del suo laicismo. La dedizione al suo fondatore non è un mero concetto astratto, ma una parte effettiva e centrale della vita degli ufficiali turchi; come ha documentato il giornalista Mehmet Ali Birand, difficilmente gli allievi ufficiali se ne stanno un'ora senza sentire invocato il nome di Ataturk. In quattro circostanze tra il 1960 e il 1997, l'esercito è intervenuto per accomodare un processo politico andato per il verso sbagliato. Nell'ultima di queste circostanze, esso scalzò dal potere il governo islamista di Necmettin Erbakan. Abbattuti da questa esperienza, alcuni membri dello staff di Erbakan fondarono il più cauto Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp). Che nelle decisive elezioni turche del 2002 passò avanti i partiti centristi screditati e frammentati, conquistando una maggioranza relativa del 34 per cento dei consensi.

Il generale Ibrahim Firtina, ex-capo della aereonautica militare, è stato interrogato in tribunale in merito a un complotto per rovesciare il governo.

Le norme parlamentari poi trasformarono quella maggioranza in una maggioranza assoluta dei seggi parlamentari del 66 per cento e in un raro caso di governo monopartitico. Non solo l'Akp è riuscito abilmente a trarre profitto dalla sua opportunità di porre le basi di un ordine islamico, ma non è apparso alcun altro partito o leader pronto a sfidarlo. Ne conseguì che nelle consultazioni elettorali del 2007 l'Akp accrebbe la sua porzione di voti, ottenendo un eclatante 47 per cento, e il controllo di oltre il 62 per cento dei seggi parlamentari. I ripetuti successi elettorali dell'Akp lo hanno incoraggiato ad abbandonare la sua iniziale cautela e ad accelerare il traghettamento del Paese verso la realizzazione del suo sogno di costruire una Repubblica islamica di Turchia. Il partito ha posto dei suoi fautori in seno alla Presidenza e alla magistratura, assumendo un maggior controllo nell'ambito dell'istruzione, delle imprese, dei media e di altre importanti istituzioni. Esso ha sfidato perfino il controllo dei secolaristi su ciò che i turchi chiamano "lo Stato profondo" – organismi come le agenzie di intelligence, i servizi di sicurezza e la magistratura. Solo l'esercito, arbitro supremo della direzione del Paese, è rimasto fuori dal controllo dell'Akp. Diversi fattori hanno indotto l'Akp ad affrontare l'esercito: le richieste di adesione all'Ue per il controllo sull'esercito; un caso giudiziario del 2008 che stava per far chiudere i battenti dell'Akp; e la crescente assertività del suo alleato islamista il Movimento di Fethullah Gülen. Un'erosione nella popolarità dell'Akp (dal 47 per cento del 2007 è passato al 29 per cento di oggi) ha aggiunto una sensazione di impellenza a questo scontro, poiché esso punta a porre fine al ruolo monopartitico dell'Akp alle prossime elezioni.

Incontro, il 25 febbraio, tra il premier Recep Tayyip Erdogan, il presidente Abdullah Gul e il Capo di stato maggiore Ilker Basbug.

Nel 2007, l'Akp ideò un'elaborata teoria del complotto, ricollegabile a Ergenekon, per arrestare circa duecento persone critiche dell'operato dell'Akp, inclusi ufficiali militari, con l'accusa di cospirazione volta a rovesciare il governo eletto. L'esercito reagì passivamente, così il 22 gennaio l'Akp alzò la posta ordendo una seconda teoria del complotto, un piano denominato Balyoz (Mazza) e diretto esclusivamente contro l'esercito. L'esercito negò ogni attività illecita e il Capo di stato maggiore Ilker Basbug, disse: «La nostra pazienza ha un limite». Ciononostante, il governo procedette, a partire del 22 febbraio, ad arrestare 67 ufficiali in servizio e in pensione, inclusi ex-capi dell'aeronautica e della marina militare. Finora sono stati incriminati 35 ufficiali. Pertanto l'Akp ha lanciato una sfida, lasciando alla leadership dell'esercito fondamentalmente due opzioni non allettanti: continuare ad accettare l'Akp e sperare che delle eque elezioni nel 2011 porranno fine a questo processo e lo ribalteranno; oppure preparare un colpo di stato, col rischio che gli elettori reagiranno violentemente e che aumenti la forza elettorale islamista. Il rischio potrebbe essere che offensive del tipo Ergenekon/Balyoz riusciranno a trasformare l'esercito da un'istituzione ataturkista ad una gülenista; oppure che il palese inganno dell'Akp spronerà i secolaristi a trovare la loro voce e la fiducia. In definitiva, la questione è la seguente: la sharia (la legge islamica) vigerà in Turchia o il Paese farà ritorno al secolarismo? L'importanza islamica della Turchia denota che l'esito di questa crisi avrà ovunque delle conseguenze per i musulmani. Il fatto che l'esercito sia dominato dall'Akp sta a significare che gli islamisti controllano la più potente istituzione secolare dell'umma, dimostrando che, per il momento, essi sono inarrestabili. Ma se l'esercito mantiene la sua indipendenza, la visione di Ataturk rimarrà viva in Turchia e offrirà al mondo musulmano un'alternativa alla valanga islamista.




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