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Banalizzazione della Shoah

CORRIERE della SERA del 12/04/2010

"Quegli stolti paragoni con la Shoah"

Pierluigi Battista

L'onorevole Gianfranco Micciché coltivi pure la lingua di Sicilia, che è
bellissima. Faccia pure il partito del Sud, che (gli) sarà utilissimo. Ma la
prossima volta eviti di paragonare la sua fazione politica agli ebrei in
Germania « chi foru chiddi ca ristaru dra » (che furono quelli che restarono
là»). Risparmiandosi comparazioni così sconclusionate, si sottrarrebbe
all'aura di ridicolo che simili analogie inevitabilmente generano. E non
renderebbe omaggio al nuovo tic che sembra contagiare tante persone, brave o
non brave, prese dall'ansia di denunciare qualche innominabile torto subìto:
presentarsi come la reincarnazione del nuovo «ebreo perseguitato».

Come Padre Cantalamessa, che per rintuzzare la campagna internazionale sulla
Chiesa e i sacerdoti pedofili, si fabbrica a suo piacimento un immaginario
(e si suppone inesistente) «amico ebreo» per rendere credibile il paragone
tra la Shoah e gli attacchi anticattolici di questi giorni. Un infortunio.
Ma anche un modo di dire diventato frusto, logoro. Che qualche volta fa male
e offende, come José Saramago, insignito del Nobel, che parla di Gaza nuova
Auschwitz, riecheggiando le legioni di detrattori di Israele cui piace
irresistibilmente spacciare solenni sciocchezze come fossero pensieri
profondi e impegnativi: tipo «le vittime che diventano i nuovi carnefici»,
da pronunciare possibilmente con aria ispirata e ieratica. Qualche volta è
dettato da furori politici poco sorvegliati. Come quando, torcendo la storia
come fosse un docile elastico, si stabilisce un'equiparazione tra le attuali
(ovviamente discutibili) leggi anti-immigrati e le leggi razziali che furono
l'antefatto della «soluzione finale». Qualche volta, è il caso di Micciché,
prende forma per motivi futili. Un presentarsi come i «nuovi ebrei» che
sollecitò la fantasia di qualche socialista durante Tangentopoli, di qualche
juventino durante Calciopoli (uno), di Marco Pannella con indosso la stella
gialla della discriminazione per aver patito qualche angheria da par
condicio violata.

Giorgio Israel ha proposto una moratoria, per smetterla di appellarsi con
tanta faciloneria all'Olocausto. C'è da dubitare che la proposta abbia il
meritato successo. La banalizzazione della Shoah sembra oramai
irresistibile. E' andata smarrendosi non solo la sua incomparabile
specificità, ma il suo stesso significato, la sua stessa smisuratezza. È un
cambio di prospettiva che altera la percezione storica e annulla ogni
possibile articolazione delle tante offese subite dall'umanità. Una
banalizzazione che paradossalmente segue la sua precedente sacralizzazione.
Un oltraggio alla memoria storica più pericolosa ancora di ogni
negazionismo, perché vanifica ogni parvenza di serietà per trasformarsi nel
più micidiale dei luoghi comuni. Che elegge a interlocutore il fantasma di
un «amico ebreo» per non pensare agli «amici ebrei». Quelli veri, muti di
fronte al più stolto dei paragoni.

Pubblicato il 13/4/2010 alle 17.15 nella rubrica Diario.

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